Mother and Son. Expat.

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Da quando ci siamo trasferiti ci sono stati soprattutto casini, lacrime, fatiche, problemi.
Il nostro rapporto mamma-bambino è diventato madre-figlio, e io non ero assolutamente preparata a questo. Hai iniziato a mettermi in discussione, a criticare le mie scelte, ad accusarmi di avertele talvolta imposte.
Oggi rifiuti quei limiti che una volta sembravi quasi chiedere, discuti le mie scelte, metti in dubbio quello che ti dico. Rimpiango i giorni in cui ero la tua Wikipedia personale, la risposta a ogni tua domanda.
E’ normale, lo so, stai crescendo. E’ l’adolescenza, dicono.
In più, questo momento così infausto, in cui gli ormoni ti risuonano nel corpo e nella testa come milioni di campanelle stonate, ti è scoppiato tra le mani proprio durante questo grande salto nel buio che io e tuo papà abbiamo deciso di fare. Tutto ti rema contro, lo so.
Hai lasciato tante certezze, la tua cultura, la tua lingua, i tuoi amici, le tue vie, i tuoi punti di riferimento. Nel giro di 3 anni hai dovuto ricominciare due volte, in due scuole, sapendo che eri l’ultimo arrivato o, come dici tu, quello nuovo.
Non voglio più essere quello nuovo, mi hai detto un giorno.
E io ti capisco, perché so che il coraggio che hai avuto tu nel seguirci, io non l’avrei avuto alla tua età.
Quindi lo so che ti ho reso la vita più complicata.
Lo so che nei momenti in cui non capivi quello che ti veniva detto, o in cui non riuscivi a trovare la tua classe a scuola, o quando vedevi le foto su Instagram dei tuoi amici italiani alle feste tutti insieme, puoi aver pensato che la tua famiglia è un gran casino e che io e tuo papà siamo stati due bestie a toglierti il terreno da sotto i piedi nel momento in cui ne avevi più bisogno.

Ma se tu ti guardassi ogni tanto come ti vedo io, forse avresti più fiducia nel tuo futuro. Vedresti una persona, non più un bambino, che ogni giorno mi rende molto fiera. Vedresti la tua trasformazione in creatura pluridimensionale, perfettamente bilingue, più tollerante verso gli altri, più aperto alla diversità, più a fuoco nei suoi obiettivi.
Vedresti che la difficoltà ti ha reso umile, i successi ti hanno raddrizzato la schiena, le cadute ti hanno reso più umano e più attento a raccogliere gli altri, quando cadono.
Vedresti che tutti questi accenti diversi, questi colori diversi, tutte queste storie dietro alle persone che stai conoscendo ti stanno insegnando che ogni vita ha tante direzioni, tanti possibili finali, e tu hai la penna in mano per scriverli.
Vedresti che le paure che affronti ogni giorno ti stanno facendo diventare forte, e che sbagliare non è più un problema, non ti spaventa più, non ti fa più sentire un perdente.

E’ guardando te che capisco che la scelta di partire è stata giusta e che, comunque vada qui, abbiamo fatto bene a provarci. Tu sei il mio più grande successo. Lo so, il successo è tutto tuo e solo tuo, ma una parte grande di me ancora vede il mondo con i tuoi occhi, gioisce con le tue risate, piange dei tuoi dolori. Una parte di me, quando ti sbircio in mezzo alla gente e vedo che conversi con naturalezza, già come un adulto, si sente quasi come se fossi io a farlo. E scusami, ma mi riempie di orgoglio.
Quando ricevi dei premi, quando entri nel campo da football, quando ti vedo fuori con gli amici, penso a quanto stai sfruttando bene l’opportunità che ti abbiamo dato e a come ne stai facendo buon uso, forse molto più di noi.

Capisco che  farti lasciare la tua comfort zone italiana per un contesto nuovo e sconosciuto è stato il più grande dono che potessimo farti. E non pensare che non mi sia pesato. Ho pianto lasciandoti a scuola la prima volta, guardando i tuoi occhi smarriti. Non ho dormito le notti in cui mi hai confessato che ti mancavano i tuoi nonni, i tuoi amici, il tuo oratorio. Ho trascorso giornate fissando il muro aspettando il momento di venirti a prendere a scuola, in attesa di carpire nelle tue parole e nel tuo sguardo un segnale di serenità, di accettazione. Ho sofferto con te, ho sofferto di riflesso a te, quindi consentimi oggi di essere felice e orgogliosa per quello che sei riuscito a costruire, da solo. E se è vero, come dice Gibran, che noi genitori siamo solo l’arco e voi figli siete le frecce, io spero di averti lanciato tanto lontano e tanto veloce. Pazienza se andrai oltre l’orizzonte.

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