Ma perché?

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Photo by Suzy Hazelwood on Pexels.com

Come spesso accade, a darmi le lezioni più importanti è Leo.
Adolescente, imperfetto, a tratti odiosamente polemico, scazzatissimo e, ultimamente, impoverito da un forzato accento romano, dono non richiesto dei suoi idoli rapper italiani.
Madre e figlio, reduci da quattro settimane da urlo nel nostro Bel Paese, siamo tornati alla nostra routine texana. Allenamenti e qualche sporadica uscita per lui, interminabili giornate casalinghe interrotte da qualche pranzo fuori e qualche cena per me. Ci siamo trovati a guardarci negli occhi e a dirci, senza dircelo, che in Italia la vita era molto più divertente. Insomma, vacanza per vacanza, in Italia stavamo a casa giusto per mettere la testa sul cuscino, mentre saltellavamo da una risata all’altra, circondati dai nostri amici, dai nostri ritmi, da una città che ti dà sempre qualcosa da fare e da vedere.
La mia agenda era un incessante viaggio tra un cappuccino e un gelato, un pranzo e un caffè, un altro gelato e un aperitivo, una cena e un dopo cena. Il tutto farcito di chiacchiere e abbracci, di risate sincere, di parole piene di senso.

Insomma, come dice la mia amica Alessandra, che vive qui ad Austin, io l’America ce l’avevo già tra le mani.
Era nelle mie amiche, donne incredibili e intelligenti. Era nei miei amici, uomini generosi e brillanti. Era nel mio lavoro, che anche se sottopagato e poco considerato mi piaceva tanto e mi permetteva di esprimere chi sono. Era nelle vie, nelle strade, nelle botteghe, nei cortili. Insomma, io ero fortunata senza saperlo.
Ecco, proprio mentre mi crogiolavo nel “chi me l’ha fatto fare di mollare tutto per venire qui”, Leo è sceso in cucina. Si è versato un bicchiere di limonata gelata, con le occhiaie di chi ha passato il pomeriggio chiuso in camera a parlare al telefono, a chattare e a guardare video su Youtube. Si è seduto e ha iniziato a fare un discorso.
Immaginatevi per un attimo ‘sto ragazzino con un cespuglio di capelli sugli occhi, l’aria consumata di chi la sa lunga. Immaginatevi quella voce lì, da adolescente, rauca ma con dei picchi acuti che non ti aspetti.

Okay, io a quest’ora in Italia ero fuori con Alex, Michi, i gemelli e altra gente, no?
Andavamo a giocare a basket, poi al Bicocca Village, poi dal kebabbaro. A volte ci si fermava a chiacchierare con altri gruppi di gente mai vista, ma tanto per parlare, per ascoltare la musica insieme. Con Alex e Michi parlavo di tutto, sempre. Ci raccontavamo tutto, noi tre. Tornavo a mezzanotte con il mal di pancia per le risate.
Però son contento che siamo tornati.
Cioè, mi mancano tanto i miei amici. E qui mi rompo le palle, perché di amici ne ho pochi. E li vedo poco. Non so perché, magari sono io che non capisco. Magari è qui che è diverso e io non ho ancora capito com’è.
Però se penso a quando inizierà la scuola, e penso a quello che imparo…
Se penso allo sport che farò, a come lo farò, a come sono seguito…
Se penso agli insegnanti che ci sono qui, che non ti giudicano, ma ti aiutano, ti prendono sul serio, ti trattano già da adulto…
Se penso alle regole che ci sono qui. Insomma, qui non puoi fare tardi la sera, perché la mattina ti alzi presto per allenarti, non fumi perché se no non riesci a correre, non ti fai le canne perché gli sportivi ci tengono troppo alla salute per rovinarla con il fumo…
Se penso che qui posso lavorare già da subito, guadagnare i miei soldi, fare esperienza…
Se penso che per i prossimi anni i miei obiettivi sono capire chi sono, cosa mi piace fare, cosa mi viene facile, in cosa sono bravo…

Insomma. Leo, in uno dei suoi rari momenti in cui vuole condividere cosa gli passa sotto quei capelli, ha parlato a modo suo del sogno americano. Mi ha ricordato, con quel suo modo un po’ da duro di periferia, qual è il motivo per cui siamo venuti qui.
Non abbiamo scelto gli Stati Uniti per il buon cibo, perché quello ce l’avevamo già. E nemmeno per trovare nuovi amici, perché i migliori che si potessero avere noi li abbiamo in Italia. Non siamo venuti qui per trovarci una famiglia, perché la nostra ci basta e ci avanza. A dispetto del visto H1 che ci ha permesso di essere accolti in questo Paese, non è stato nemmeno il lavoro a portarci qui, non è stata la carriera, non è stato lo stipendio più alto. Non è stata nemmeno la voglia di avventura, perché chi chiamerebbe avventura lasciare un lavoro sicuro e una vita tranquilla a fronte di nessuna certezza, nessuna sicurezza, nessuna garanzia?
Ma perché, quindi?
Opportunità, forse questa è la parola che cercavamo.
Opzioni, scelte.
Volevamo un mondo in cui, se sei bravo, se hai voglia, se vali, è sicuro che la tua strada la trovi, e con tanta soddisfazione.
Una società pronta ad accogliere chi sei e quello che vuoi dare.
Un contesto che non uccide i sogni, bensì li accompagna, li coccola, li lascia abbozzare per poi farli esplodere in cielo, in trionfo.
Volevamo che Leo facesse un percorso di studi con un fine vero, che non fosse avere dei voti per i quali vantarsi con gli altri, bensì gettare le basi per la professione di domani, per l’uomo di domani.
Chiedevamo un futuro degno di questo nome.

E’ chiaro a tutti, no? Che l’Italia mi manca molto, intendo. E la lontananza ha reso ogni bellezza ancora più struggente, ogni bruttezza un piccolo inconveniente di percorso. Ma una cosa agli Stati Uniti io devo riconoscerla, ed è proprio la ricchezza di possibilità. Potrei aprire domani stesso la mia società, di qualsiasi genere, pagando circa 150 dollari. Scaricherei il 20% dell’affitto di casa mia, se adibissi una delle stanze a ufficio. E, se fossi brava, avrei successo. Magari non subito, sicuramente con grande fatica.
Questo è quello che succede in una società dove il rispetto delle regole viene prima di ogni cosa. Dove puoi tradire un marito, ma non lo Stato. Dove l’onestà, la trasparenza, la chiarezza e il rigore sono un monito al quale tutti gli americani giurano fedeltà già da giovanissimi, con la mano sul cuore e gli occhi fissi alla bandiera.
Con tutte le contraddizioni del caso, qui negli Stati Uniti io percepisco un mondo che si muove “per te”, mai “contro di te”. Sento la spinta propulsiva di una società che vuole sempre costruire e rinnovarsi, una macchina perfetta che non può permettersi le clientele e la disonestà. Percepisco l’apparente rigidità di certi meccanismi come un’ulteriore garanzia di uguaglianza, di regolarità, di prevedibilità, di pari possibilità per tutti.

A conti fatti, è con questo che volevamo misurarci. Con la meritocrazia e la giustizia. Con noi stessi all’ennesima potenza, liberi di esprimerci, liberi di dare il massimo, o anche di non darlo, ma sapendo che le regole sono uguali per tutti. Chiunque dovrebbe provarlo, una volta nella vita. Se lo facesse, assaporerebbe la libertà vera. La libertà di essere, senza trucchi e senza inganni. Godiamocela, dico io.

 

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