God bless football

selective focus close up photo of brown wilson pigskin football on green grass
Photo by Jean-Daniel Francoeur on Pexels.com

Nel nome del BBQ, dei truck e del football.
Ovvero, la sacra trinità in Texas.
La stagione sta ripartendo, il che significa, per noi genitori di giovani giocatori, che il giovedì sera è impegnato in lunghe trasferte alla ricerca di stadi sperduti nelle campagne texane. Giovedì, ad esempio, la prima partita dell’anno ci ha chiamati tutti a Belton, in provincia di inculandia. Mio marito ha messo in fila tutte le informazioni del caso:
– ora di punta
– strada statale I35, puntellata di cantieri infiniti
– 120 km andare, 120 km a tornare
– 39 gradi con venticello tipo phon…
e ha deciso di declinare l’invito. La partita di apertura della stagione può fare a meno di lui.
Ma non di me, così ho preso la Jeep e, cantando a squarciagola m-m-m-my sharona, mi sono avviata verso Belton. Un viaggio della speranza, che se me l’avessero proposto in Italia avrei riso, ma riso, ma riso tantissimo.
Le partite a calcio di Leo, infatti, le vedevo all’oratorio, andandoci a piedi o al limite con brevi tragitti in macchina.  Quello che mi ricordo di più sono i campi improvvisati, con l’erba che salta via, il fango in corrispondenza delle porte. I guardalinee erano i nonni, gli zii, i nipoti, mentre gli allenatori erano amici volenterosi (e volontari) che avevano come priorità domenicale non tanto vincere le partite, quanto piuttosto non litigare con i papà di chi restava in panchina.
Quasi sempre non c’erano spalti da cui guardare le partite, si stava tutti in piedi dietro reti metalliche, gridando le peggio cose a quei poveri arbitri e, purtroppo, anche ai giocatori avversari. Mi è capitato di vedere i nostri figli immobili sul campo, le braccia molli lungo i fianchi, gli occhi smarriti a fissare i propri genitori mentre litigavano tra loro. Insulti, accuse, minacce che neanche al derby di Milano.

Anche nel calcio amatoriale, come in tutte le cose della vita, in Italia tutto dipende dall’impegno dei singoli, da quanto ci credono e si donano agli altri quei poveri allenatori non pagati. Se sono persone strutturate, generose, sensibili e con un po’ di buon senso, allora i giocatori che finiscono nelle loro mani possono fare un’esperienza magica e indimenticabile. Se, come accade spesso, sono frustrati e scontenti perché anziché la panchina del Barcellona gli è capitata quella dell’oratorio San Giovanni Battista, allora son guai per tutti. Leo ha conosciuto entrambe le categorie di allenatori e si è trovato sia a combattere contro uomini piccoli e scadenti, sia a crescere grazie a persone speciali. Non voglio sembrare troppo amara…io ho conosciuto i miei momenti di gloria seguendo Leo nelle sue partite. Ho riso e cantato con gli altri genitori, ho fatto foto, girato video, gridato slogan. Ma ho anche conosciuto momenti di grande delusione e mi sono trovata a volte a misurarmi con sistemi impreparati, società improvvisate, gruppi di professionisti che invece professionisti non erano.
Ma, parlando di professionismo, torniamo a Belton…

Lo stadio si vede da lontano, da quanto è grande. Scritte rosse che inneggiano ai Tiger si fanno vedere già da una certa distanza. Del resto, la scuola dei Tiger di Belton ha la bellezza di 3.000 studenti, quindi tutto è proporzionato. E quando ti siedi sugli spalti, non ce n’è, ti senti proiettato nell’NFL. Fa niente se sono ragazzini di quindici anni, fa niente se lo stadio non è pieno. Allenatori, arbitri, addetti alle riprese, speaker, tutti ci credono. Tutti sono lì a dare il 100%, a giocarsi tutto, a mettere in campo il cuore e la testa. Tra l’altro, non è impossibile che tra quei ragazzini di quindici anni si nasconda la futura stella di qualche grande club. E’ già successo che tra le file dei Chaparrals di Westlake ci fossero dei quindicenni piccoli ma grintosi, come Nick Foles e Drew Brees, gente che fino a qualche anno fa passeggiava tra i corridoi, gli armadietti, la sala pesi della scuola, e che poi abbiamo visto al Superbowl.

I coach di football, nelle scuole del Texas, sono come dei guru, dei sacerdoti, delle guide spirituali. Come Al Pacino in Ogni maledetta domenica, dispensano perle di saggezza e incoraggiamenti. Io ringrazio il cielo che esistano, perché in questa triste fase che è l’adolescenza, in cui come genitore ho perso ogni autorità, ogni fiducia e ogni considerazione da parte di mio figlio, almeno ci sono loro a fare da nuovo punto di riferimento. Vai male a scuola? Il coach ti fa un paiolo grande così e poi ti lascia pure in panchina. Non rispetti gli amici? Preparati a una lunga ramanzina sotto il sole, e a seguire, piegamenti, flessioni e corse a bordo campo.
Forse dovrei andare dal coach a lagnarmi del fatto che Leo mi risponde male, sono sicura che lui riuscirebbe a fare qualcosa…

Quando la partita inizia, io so già che non capirò quasi niente e che stresserò i miei vicini di posto chiedendo ogni cinque minuti what’s happened? Troppe regole, troppe strategie, troppa tattica. Ma una cosa l’ho imparata anche io: nel football, come nella vita, si va avanti inch by inch, passettino dopo passettino. Voglio dire…è bello vedere quei lanci lunghi, spettacolari, quella precisione ingegneristica con cui la palla schizza via dalla mano del quarterback, ruota sul suo asse mantenendo la punta in avanti, si alza fino al cielo, si abbassa delicatamente per arrivare in picchiata tra le mani del ricevitore che, in volo, la fa sua accartocciandosi poi nell’area del touchdown. Ma le partite sudate sono quelle in cui le squadre avanzano metro dopo metro, in cui i passaggi sono serrati, l’azione è frammentata. Perché pure la vita è così, un po’ dispettosa, ti sgambetta sempre e tu devi imparare a stare in piedi. Qui, in Texas, giocando a football, impari il valore di ogni passo che riesci a fare con quella palla in mano. Impari a godere di ogni metro che conquisti. Impari a non cadere all’indietro per non perderlo, quel metro conquistato. Ma, soprattutto, impari a correre insieme agli altri, a sudare insieme agli altri. Ogni singolo giocatore ha il suo spazio e il suo momento, ogni ingranaggio serve alla squadra per far sì che la palla si stacchi dalle mani di un giocatore per finire tra quelle di un compagno.  Forse è per questo che la società americana è così ossessivamente organizzata e precisa, forse questo meccanismo oliato e rodato nasce proprio qui, su questi campi immensi, in questi stadi giganti, davanti ad allenatori-sacerdoti e a genitori sugli spalti che, nel massimo rispetto, guardano le partite dei loro figli senza insultare nessuno, senza lamentarsi per ruoli sbagliati o palle mancate.

Insomma, non lo capisco, il football. E per certi aspetti non mi piace l’uso della forza fisica che vi sta alla base. Ma è scuola di vita, accidenti. E’ un campo di azione per i cervelli, prima che per i corpi, ed è metafora di vita e di crescita. Quindi ben venga, sempre e comunque, quando si vince e quando si perde. E se, poi, in trasferta a Belton, in casa dei Tiger, vai anche a vincere, beh allora il football è ancora più bello.
Go Chaps!

 

8 commenti Aggiungi il tuo

  1. J ha detto:

    Tutta un’altra struttura, tutt’altri valori, tutto un altro pianeta. Lo sport come ‘mezzo’ e non come ‘fine ultimo’, da noi è un concetto che non arriverà mai.
    Posso chiederti in che ruolo gioca tuo figlio? Sai, ad Atlanta hanno appena tagliato il kicker Tavecchio e c’è un posto libero… 😆

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    1. iomeneandrei74 ha detto:

      😂😂😂 il mio giovanotto gioca come receiver! Ha due piedi che sembrano due ferri da stiro, lo vedrei male come kicker, infatti in Italia giocava come portiere…

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  2. saluteebene ha detto:

    Bellissimo post. Mi piace tantissimo leggere il suo parere da italiana vivendo in america e tutte le volte, devo ammettere, che mi sento orgogliosa che commenta sugli aspetti positivi della mia America. Immagino che vorrebbe stare fuori dalla politica, ma mi piacerebbe sentire il suo parere da italiana sulle ultime orribili sparatorie sopratutto in Texas. Io da americana la trovo veramente inquietante come situazione. Keep up the good work!

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    1. iomeneandrei74 ha detto:

      Buongiorno! Grazie per i complimenti. Sì, ci sono molti aspetti della società americana che mi piacciono. Stimo molto la vostra società, anche se su alcuni aspetti non riesco proprio ad allinearmi. La sanità e le armi, appunto, sono tra questi. Sono molto impaurita dalla diffusione di armi in Texas e lo trovo, come lei, inquietante. Da brava ottimista, credo sempre che le cose possano cambiare, magari con una nuova generazione più illuminata. Incrociamo le dita. Grazie!

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  3. Laura ha detto:

    Che bello… Magari fosse così anche qui. Domenica ero a vedere una partita di calcio di mio figlio sotto al sole cocente, in piedi… Che tribune o spalti!! eravamo tutti contenti che nell’estate fosse magicamente cresciuta l’erba!! Cmq va benissimo anche così, ma come dici tu, qui ci vuole tanta buona volontà delle famiglie in primis e delle persone che credono nello sport e dedicano gratuitamente il loro tempo ed energie ai ns figli. Nn vedo come possa essere diversamente… L’organizzazione manca in istituzioni ben più vitali delle società sportive.

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    1. iomeneandrei74 ha detto:

      Come ti capisco, Laura. Qui le scuole, anche le pubbliche, hanno molto più denaro per organizzare le attività e pagare i docenti. E poi culturalmente gli americani credono nello sport, forse più che nell’istruzione! In effetti lo sport, se fatto bene, insegna quanto un buon libro…

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  4. Sempre Mamma ha detto:

    Che bel post. Lo sport fatto è vissuto così non può che essere un a cosa positiva.

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    1. iomeneandrei74 ha detto:

      È proprio così, lo sport diventa utile quanto l’istruzione sui banchi

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