In quel momento

baby child father fingers
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Quando vivi lontano dal tuo Paese, e nel tuo Paese ci vive ancora la gente che ami, c’è una telefonata che non vorresti mai ricevere. E’ la telefonata che ti arriva di notte, perché lì, nel tuo Paese, magari è giorno, ma nessuno in quel momento pensa che con quella telefonata ti disturberà, perché quella telefonata va fatta assolutamente, ora, subito.
E’ un incubo, per noi espatriati.
E’ il rovescio pesantissimo di una pesantissima medaglia.

Ci pensavo in questi giorni, perché mio papà è in ospedale. Non è in pericolo di vita, per fortuna, ma ci è andato vicino, tant’è che quella notte, mentre mia mamma chiamava l’ambulanza, lui le ha sussurrato “Vera, mi sa che è il momento”. Uno scompenso cardiaco forte, i polmoni che si riempiono d’acqua, la paura di non sentire più l’aria a darti la vita.
Mi sa che è il momento, ha detto mio papà.
Perché non è la prima volta che gli succede, e lui sa che potrebbe anche essere così che se ne andrà, con il respiro che manca, il terrore di sentire la vita che scivola via, mentre mia mamma chiama l’ambulanza.

E io sono qui, dall’altra parte dell’oceano Atlantico, a inseguire il Sogno Americano. Io, con il mio badge nuovo nuovo, la mia faccia che sorride, il mio nome scritto sopra. Io, con la mia casa che dà sui boschi, la mia macchina nuova, il tennis, la piscina, la palestra. Nel momento in cui mio papà e mia mamma avevano più paura, io non c’ero, e molto verosimilmente non ci sarò quando il momento sarà proprio l’ultimo.

E pensare che, di momenti importanti, mio papà ne ha vissuti tanti con me. Partendo dal cambio dei pannolini al biberon, dalle attese davanti alla scuola al portarmi la cartella tornando a casa, dal diploma alla laurea, e di nuovo con i pannolini e i biberon di Leo. Nei miei momenti importanti, belli o brutti che fossero, mio papà c’è sempre stato. Con quella sua leggerezza unica, quel suo non incazzarsi mai, quella sua parlata sarda piena di doppie fuori posto, mio papà mi ha sempre dato la mano.
Mio papà, ancora oggi che ho quarantacinque anni, mi chiama “la bimba”. Scommetto che in ospedale, con la mascherina dell’ossigeno, avrà detto a mia mamma “non dirlo alla bimba”. Non dirglielo, perché tanto la fai preoccupare per niente. Non dirglielo, perché tanto mi passa. Non dirglielo, perché tanto non farebbe in tempo a tornare.

Mio papà, quando gli ho detto che ci saremmo trasferiti in Texas, era felice, ma felice davvero. Mi ha vista un po’ come lui, quando ha lasciato la sua Sardegna per venire su al Nord. Mi ha detto che loro la vita l’hanno vissuta, e che noi abbiamo il diritto di vivere la nostra. Eppure l’altra notte, quando pensava che fosse il suo momento, sicuramente ha pensato a me e a suo nipote, lontani. La sua bimba (io) e il bimbo (Leo).

In Italia, per la mia generazione, è stato un po’ così: i nostri genitori ci hanno cresciuto, ci hanno pagato gli studi (chi ha potuto), ci hanno aiutato nella ricerca del lavoro, hanno pagato il matrimonio, poi hanno contribuito all’acquisto della casa e, quando sono diventati nonni, hanno fatto quello che hanno fatto con noi, solo che erano un po’ più vecchi e molto, molto più pazienti. Con i loro pregi e i loro difetti, imperfetti come solo noi uomini e donne sappiamo essere, comunque c’erano. A modo loro, hanno dato tutto.

E se penso a un rapporto equilibrato tra genitori e figli, penso che arriva un momento, nella vita dei figli, in cui bisogna restituire qualcosa a chi ha fatto tanto per noi. Ma per noi figli espatriati, questo credito sembra restare insoluto. In realtà si tratta di un credito che non è un vero credito, perché i genitori di un figlio espatriato non si aspettano niente, se non la sua felicità e il suo successo. Ma i miei sentimenti in questo momento sono contrastanti, combattuti. Perché in realtà penso che il mio posto in questo momento sia accanto a mia mamma e a mio papà. Penso che quando tuo papà dice a tua mamma “Mi sa che è il momento”, ecco, in quel momento lì dovrebbero esserci anche i suoi figli. Perché nessun genitore dovrebbe essere senza i suoi figli accanto, nel momento in cui ha paura di morire.

Tutti noi espatriati abbiamo in un fondo del nostro cuore un pensiero che dice più o meno “se succede qualcosa a casa, non faccio neanche in tempo a salutarli e a vederli vivi”, perché la vita non aspetta, fa il suo corso senza tenere conto di chi deve acquistare un biglietto aereo per il giorno dopo, fare uno scalo, attendere disperato in un aeroporto straniero, prendere un altro volo e atterrare a casa dopo almeno un giorno. Tutti noi espatriati viviamo il senso di colpa di sapere che c’è un fratello o una sorella, a casa, a cui sono affidate tutte le responsabilità nei riguardi dei genitori. Tutti noi espatriati sappiamo anche che, con il nostro esempio, ci stiamo preparando a una vecchiaia di solitudine, perché molto probabilmente anche i nostri figli prenderanno la strada che abbiamo preso noi, lontano da casa, da mamma e papà.

Il sentimento ambivalente che provo è che se penso a Leo, libero e indipendente, non legato ai sensi di colpa, proiettato verso il suo futuro, sono felice per lui. Ma allo stesso modo, se penso alla classica famiglia italiana, a quel senso reciproco di cura e di responsabilità che si tramanda di genitori in figli, qualcosa nel mio cuore si incrina. Perché parlare con i nonni via Skype è diverso dal bere un the con loro il pomeriggio, solo perché tornando a casa da scuola o dalla pizzata con gli amici ti accorgi che stai passando sotto casa loro e decidi di citofonare.
Perché quelle telefonate che all’inizio sono un “mamma, mi senti? ti sento, ma non ti vedo! ti vedo, ma non ti sento!” è diverso dal sedersi sul divano con lei a chiacchierare, a guardare il telegiornale insieme.

Perché i momenti in cui i genitori hanno bisogno e tu sei lì ad aiutarli, è come se quel cerchio magico che è iniziato con il tuo primo strillo in ospedale, si chiudesse. E’ come se qualcosa di molto simile al “senso della vita” acquistasse finalmente un minimo di significato. Al contrario, quando quel cerchio resta aperto, la sensazione di incompletezza si fa forte e una sola domanda inizia a risuonarti nel cervello: “cosa ci faccio qui?”.

 

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