Work in regress

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Quando sono arrivata in Texas, per un po’ di tempo il mio mondo si è limitato a quello degli Italiani che, come noi, avevano avuto una buona occasione di lavoro qui e che avevano avuto il coraggio di accettarla. Per molti di loro, poi, non si era trattato nemmeno di un grande salto nel buio, perché la loro stessa azienda li aveva traghettati negli USA, senza quindi dover nemmeno cambiare datore di lavoro. Quindi, in pratica, il mio mondo per un po’ di tempo si è limitato a quello dei privilegiati, quelli che hanno un buon lavoro, un ottimo stipendio, un’ottima assicurazione. E mi sono detta, subito “Ma qui negli USA si vive alla grandissima”. E giù botte all’Italia, dove la disoccupazione galoppa come Furia cavallo del West e dove se sei donna, oppure over 40, è meglio se ti metti da parte e fai le parole crociate per tenere il cervello in allenamento.

Poi ho iniziato a lavorare io.
E, senza esperienza, con un background magari anche interessante, ma costruito in Italia e nel campo della comunicazione (quindi non spendibile qui, dove il mio inglese non è certo ai livelli del mio italiano) ho dovuto accontentarmi di un lavoro “normale”. Ho lavorato in questo posto per 4 mesi. Vorrei poter dire il nome dell’azienda, ma ho firmato chilometri di Non-Disclosure-Agreement, quindi non posso. Posso, però, dire che è un nome importante, non certo l’aziendina a condunzione familiare… Lì ho visto una parte di America che non conoscevo e mi è venuto il dubbio che sia quella lì la vera America, non quella delle colline di Westlake, in cui vivo io.

Qualche dato? Niente ferie pagate, niente malattia pagata, niente assicurazione medica, niente contributi per la pensione (rido). Ho trascorso le mie ore, retribuite 18,50 $ ciascuna, tra due pareti e un corridoio stretto, tra persone fantastiche, che arrivano da tutto il mondo in cerca del sogno americano e poi si ritrovano per le mani QUESTO, e hanno anche l’ingenuità di pensare che sia normale così. Sì, perché molto furbescamente, queste condizioni contrattuali da rivolta operaia vengono camuffate da party aziendali, merendine gratis, stanze per il relax e una serie di finti benefit utili quanto un secondo buco del…ecco, ci siamo capiti.

Insomma, dopo i primi tre giorni di lavoro avevo una gran voglia di alzarmi in piedi, tirar fuori la testa dal mio cubicolo per poter guardare in faccia i miei colleghi e gridare:
Per me
la corazzata Potemkin
è una cagata pazzesca!
Ma dubito che mi avrebbero tributato i meritati novanta minuti di applausi.
Quindi per 4 mesi ho infilato la testa nel mio collo, il mio collo nelle spalle, e sono rimasta in silenzio, a lavorare rispettando i numeri che mi venivano richiesti, la qualità, il carico di lavoro, le regole.

Ma qui, ce li avete i sindacati? Ho chiesto un giorno ai miei colleghi, in pausa pranzo, sgranocchiando patatine unte generosamente offerte dall’azienda. Mi hanno guardata come se gli avessi chiesto la radice quadrata di 546373839392. Sì, perché per noi Italiani la tutela del lavoratore è al primo posto, mentre qui al primo posto c’è la tutela del lavoro. Cassa integrazione, diritti dei lavoratori, licenziamento per giusta causa sono vere e proprie bestemmie in chiesa e, solo a parlarne in pubblico, nel migliore dei casi vieni tacciato di socialismo e abbandonato al tuo destino di fallito, nel peggiore (secondo me) diventi preda dei servizi segreti. Che non deve essere bello.

Ma chi ha tempo per i diritti? Non certo questa classe media, invischiata in lavori come quello che ho sperimentato io, che ha bisogno di lavorare per pagare gli esorbitanti costi americani. Non ha neppure tempo per le ferie e nemmeno per ammalarsi. Anche perché, se si ammala, senza assicurazione rischia dei conti salati da parte di cliniche e ospedali. Quindi va avanti a testa china, schivando i colpi bassi di un ambiente che, a tutti i livelli, è comptetivo e logorante all’inverosimile. Pur di diventare “lead” di qualcosa, le persone sudano e sgomitano, ostentano eccellenza anche se l’obiettivo è la consegna di un foglio excel. E non è ambizione, no. Sono quei dollari in più all’ora, è la certezza di tenersi un lavoro, è la garanzia di poter continuare a pagare l’affitto, i conti, le spese.

Questo è quello che capita negli impieghi di “medio-basso livello”. Quindi, qualcuno potrebbe dire: hai studiato poco? Non sei brllante? Cacchi tuoi, piglia quello che c’è e non lamentarti. Tuttavia penso che anche i lavori più umili, ancorché pagati meno, dovrebbero garantire il minimo sindacale, ma non diciamo questa parola (sindacale), se no sembriamo socialisti e qui il socialismo non va molto di moda, anzi…

Ad ogni modo, anche le mie amiche più pagate hanno i loro guai. Ad esempio, molte di loro raccontano di un permesso di maternità che va dalle 6 alle 8 settimane, nemmeno pagate per intero: che vuol dire dover lavorare fino a che la pancia non esplode sulla scrivania, e dover lasciare il bambino a casa con una nanny quando ancora hai più latte nel corpo che sensi di colpa nel cuore. E le ferie? Pochissime, centellinate, sudate. Ma tanto, gli americani non fanno molte vacanze: scordiamoci le 3 settimane in Sardegna, o anche solo a Riccione, scordiamoci gli auguri di Natale il 24 dicembre e quelli di buon anno il 7 gennaio, qui il tempo lo si passa al lavoro, se si vuole restare sul pezzo. Perché la macchina, per andare così veloce, deve muoversi sempre e sempre meglio.

Ora.
Io in Italia guadagnavo due lire, però avevo 32 giorni di ferie, i contributi per la pensione e la liquidazione, il servizio sanitario pubblico e, non ultima, la mensa. Ho amici che, con l’emergenza Covid, sono stati messi in cassa integrazione, con quasi tutto lo stipendio pagato, e comunque conservato fino a tempi migliori, non come qui, che nell’arco di due mesi abbiamo avuto più di 40 milioni di disoccupati. Ma quando lo racconto da queste parti, mi guardano come se fossi Lucignolo che cerca di traviare Pinocchio con la favola del Paese dei Balocchi. Qualcuno mi ha addirittura detto, sprezzante, ” E ci credo che l’Italia è in DEFAULT”. Come se l’equazione universale fosse che lo stato sociale, i diritti e la tutela dei meno fortunati facciano per forza a cazzotti con il benessere, il progresso e la ricchezza di una società.

Secondo me è vero che qui negli USA c’è tanto lavoro. Ma che tipo di lavoro è, alla fine? Forse è questa la domanda che dovremmo farci. Perché, dopo queste mie prime esperienze lavorative americane, ho come l’impressione che il ragionier Ugo Fantozzi fosse un tizio molto, ma molto fortunato. Almeno a lui pagavano i contributi.


14 commenti Aggiungi il tuo

  1. Luca ha detto:

    Ciao Antonella,
    che bello rileggerti.
    Sai quanto mi stiano a cuore questi argomenti ed allora ho deciso di postare la mia opinione (che tu peraltro ben conosci).

    L’organizzazione economica degli USA (intesa come le scelte di gestione delle risorse che vengono implementate) spiega il perché questo paese, da solo, produce un quarto della ricchezza mondiale, non il benessere della sua popolazione. Il tuo racconto non fa altro che confermarlo. Nulla però questo modello ci dice e spiega come il nostro sistema economico funzioni.
    L’esplosione del debito pubblico italiano non dipende dalle spese dello “stato sociale” (soprattutto sanità e pensioni) ma da cialtronesca furberia e ruberia di una classe politica che ben rappresenta il popolo opportunista, con scarso senso civico quale siamo (prevalentemente evasori fiscali. L’economia sommersa del paese è stimata in oltre 200 miliardi di euro annui a fronte di un PIL di 1.800 Miliardi annui. Evasori che però vogliono le cure mediche gratis, la pensione ed ora in tempo di covid i ristori per le perdite finanziarie subite). Prova ne è che il medesimo modello economico (la scelta cioè di destinare risorse alla protezione sociale) è identico anche in paesi finanziariamente più virtuosi dell’Italia (Germania, Francia, Svezia, solo per citarne alcuni).
    Nonostante tutto però abbiamo un sistema di protezione sociale molto evoluto e direi anche efficiente oltre che efficace. Complessivamente in Italia si vive di più e meglio che negli USA e, questo è incredibile a pensarci, costa meno del modello americano. Sì perché gli USA la spesa pubblica pro-capite per la sanità è più alta che in quella dei paesi con un modello “socialize” dell’economia. I cittadini americani devono mettere una parte significativa delle loro tasse (molte di più di quante noi non dobbiamo fare) per far fronte a queste spese senza ottenerne nulla in cambio!!!
    Che dire…. abbiamo sicuramente tanti difetti, ampissimi margini di miglioramento – onestamente anche di peggioramento) ma mediamente viviamo molto meglio della media degli americani.
    Viva l’Italia!!

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    1. iomeneandrei74 ha detto:

      Ciao Luca. Sottoscrivo ogni parola che dici. E, dato che domani è Thanksgiving, ne approfitterò per ringraziare il fatto che sono cittadina italiana😉

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  2. Celia ha detto:

    Mi verrebbe da dire che per te vale l’inverso del noto modo di dire: “Hai visto troppi film”. Leggendoti ho pensato che ne abbia visti al contrario troppo pochi, e mi stupisco del tuo stupore: ma non ci conosciamo, e potrei suonare sprezzante. Invece colgo l’occasione per rallegrarmi ancora una volta di vivere in Italia: con tutti i suoi difetti – e per l’appunto la deriva “americanista” che ha ormai preso da decenni – rimane tutt’ora preferibile a mezzo mondo 😉

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    1. iomeneandrei74 ha detto:

      Ciao! Forse ho visto i film sbagliati… E comunque sono d’accordo con te: l’Italia, con tutti i suoi difetti, è preferibile a mezzo mondo e forse anche di più 😊

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  3. Isa ha detto:

    Non ho mai lavorato come dipendente negli Stati Uniti proprio per quei motivi che tu elenchi. Ma anche da freelancer non c’era scampo: l’assicurazione sanitaria praticamente toglie più delle tasse in Italia. Poi come si vive ciascun sistema è molto personale: noi italiani siamo abituati a preoccuparci molto e pensare al peggiore scenario, gli americani invece si preoccupano al più del presente e mantengono una visione ottimista anche se le cose vanno sempre peggio. Io credo che noi europei abbiamo una sensibilità maggiore per via della nostra formazione culturale: studiando i patemi e i drammi di chi ci ha preceduto siamo portati a conoscerli (e riconoscerli). Gli americani sono praticamente creati per lavorare e consumare, con poco spazio per i sentimentalismi e le grandi domande filosofiche che ci facciamo noi.

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    1. iomeneandrei74 ha detto:

      Ehilà. È proprio come dici tu. Infatti noi siamo un popolo di risparmiatori, qui invece spendono anche quello che non hanno. Ottimisti? Ormai io direi folli…

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  4. Sempre Mamma ha detto:

    Ho sempre lavorato in proprio, Mai avuto ferie pagate, mai avuto tredicesima, ho lavorato fino al giorno del parto e ripreso dopo tre giorni con il bimbo accanto a me. Il covid ci ha rovinato, non ho la cassa integrazione, ma solo due contributi da 600€ con cui ho dovuto pagare le tasse. Stanca di questa presa per il …. ho chiuso l’attività, ho chiuso la partita iva e ho dovuto pagare e dovrò altri soldi l’anno prossimo. Fortunatamente abbiamo la sanità pubblica, ma quando devo prendere un appuntamento non c’è mai posto e il più delle volte devo andare privatamente. Se potessi tornare indietro farei la dipendente, molti più diritti, conviene di più.

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    1. iomeneandrei74 ha detto:

      Quello che racconti è una realtà che conosco, ma che tendo sempre a rimuovere. È tosta, in effetti. Sulla sanità con le liste d’attesa ti rispondo così: da queste parti devi pagare migliaia di dollari quando partorisci, quando ti operano in ospedale e perfino per cose come l’insulina e la chemioterapia. Non voglio tessere le lodi della sanità italiana, ma dopo che ho visto come funziona qui, apprezzo molto di più lo sforzo di mantenere la sanità pubblica. Sicuramente altri paesi europei sono più bravi di noi a farlo, ecco. Ma qui: croce sopra.

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      1. Sempre Mamma ha detto:

        Su quello hai perfettamente ragione. Sono stata operata più volte e non ho mai scucito una lira. Ho fatto radioterapia e non l’ho pagata. Penso che se avessi dovuto pagare , dato gli alti costi ci avrei pensato molto prima di farlo e magari adesso avrei debiti ancora da saldare. Non dimenticherò mai una signora boliviana pro ta x tornare al suo paese, poche settimane prima diagnosticano a suo figlio di 3 anni l’autismo. Ha deciso di restare in Italia perché per i bambini le cure sono gratuite e qui può accedervi, mentre in Bolivia è tutto a pagamento.

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    2. Luca ha detto:

      Molti più diritti ma molte molte tasse in più.
      Le nostre sono società troppo medicalizzate, la richiesta di prestazioni è altissima (e spesso inutile) ed ovviamente non si può soddisfare tutti contemporaneamente. Bisogna imparare (ma lo dico anche a me stesso) che le urgenze vanno trattate come tali ma quando è possibile differire la prestazione sanitaria si deve aspettare. Purtroppo i nostri medici di famiglia, che non visitano più, non fanno quel filtro che consentirebbe di accedere ai servizi quando si ha effettivo bisogno.

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  5. elithewalrus ha detto:

    Io sono in America da un anno, e ho la stessa identica sensazione, gli stessi identici pensieri. A prescindere dal confronto con l’Italia, è proprio vero che finché si è circondati da “quelli a cui è andata bene” sembra tutto ideale (la famiglia di mio marito è tutta “messa bene” e sembra di essere nel mondo perfetto, case giganti e asili da 2mila dollari al mese). Se però per te qualcosa va meno che perfettamente, un lavoro sbagliato, una malattia, un curriculum meno che perfetto, un college meno che ideale… La realtà è molto più dura. Noi abbiamo uno stipendio decente, ma con un’assicurazione sanitaria talmente pessima da non poterci permettere un figlio, un errore, un paio di scarpe in più… figuriamoci una vacanza – abbiamo 5 giorni di ferie all’anno, zero malattie. E per dirti – io ho due lauree e un dottorato, mio marito un curriculum normale, un college normale. Eppure non basta. Noi stiamo valutando un’offerta di lavoro in Italia. Again, non è una questione di confronto costante dei “sistemi”, perché è come confrontare apples and oranges, ma è proprio un…boh, desiderio di un senso di normalità e, come dicevi una volta in un tuo post, il desiderio di poter camminare e non dover sempre correre, correre, correre. Al rischio di sentirsi dire “sei pigra se vuoi camminare, dovresti voler sempre correre verso il successo!”.

    Adoro leggerti comunque, vedere che non sono l’unica ad avere certe realizzazioni vivendo qui un po’ mi fa sentire meno “aliena”…

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    1. iomeneandrei74 ha detto:

      Ciao. Vedi, anche a me ascoltare la tua storia fa sentire meno aliena, anche se, credimi, sono tante le persone che si sentono come noi. E, come mi faceva osservare un altro lettore del blog, la mentalità anglosassone è diversa dalla nostra, quindi fare paragoni è un po’ inutile. Però io penso che un equilibrio possa esistere, e che la verità possa stare nel mezzo. Se non c’è, io scelgo di stare coi lenti, con gli imperfetti, con la nostra scarcassata Italia. Grazie per leggermi e per le tue risposte. E, ancora, è triste quando scrivi di non poterti permettere “un errore”. È stressante, e lo capisco. In bocca al lupo e andiamo avanti!

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  6. alessandro ha detto:

    Pazzesco….ma al supermercato i prezzi come sono…cosa compri con 18,50 dollari

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    1. iomeneandrei74 ha detto:

      I prezzi sono più alti che da noi, soprattutto frutta e verdura, ma anche la carne e il pesce. E se compri organico, cosa che qui è consigliata altrimenti trovi solo OGM e schifezze piene di ormoni, allora i prezzi sono alle stelle. Diciamo che se vivi da solo, a 18,50 dollari non puoi proprio mantenerti. In due ce la fai appena, e fai una vita tristissima e piena di paura perché poi devi togliere l’affitto, l’assicurazione medica, l’assicurazione dell’auto. Se hai figli, sei spacciato: con uno stipendio così non gli dai niente, ma proprio niente, nemmeno un’istruzione in una scuola dell’obbligo decente. È tosta. Io sono fortunata perché mio marito invece ha uno stipendio ottimo. Grazie a lui facciamo parte dei privilegiati e possiamo pagare l’affitto in un quartiere con un’ottima high school per nostro figlio. Ma per molti non è così. Molto triste…

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