Austin, 15 febbraio 2021 h 2:07 AM. E la luce si spense.

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Te ne rendi conto anche se è notte, perché i led si oscurano, gli orologi smettono di segnare il trascorrere del tempo e soprattutto quel ronzio a cui non fai più caso, quel ronzio che è un po’ il respiro della tua casa, cessa. Quel respiro è l’aria calda che esce dalle bocchette del condizionamento. E’ il respiro della tua casa, sì, ma è anche il tuo.

Ci sono stati vari stadi in questo terribile “Winter storm” che ha colpito il Texas e che ancora non accenna ad andare via… All’inizio tutti ci siamo messi una felpa in più, un paio di calze sopra quelle che già avevamo e siamo tornati a dormire. La giornata è passata nello stupore generale (the snow! The snow!), e nel nostro condo, lungo i vialetti e le discese innevate, i ragazzini sfrecciavano su materassini gonfiabili ridendo come matti. Milioni di selfie, di palle di neve, di dita ghiacciate, di “This is freaking awesome!” hanno riempito l’aria. Sembrava di poter risolvere tutto con un “Hei, Francesco, hai un paio di guanti in più?” e via, andare.

Da persona fissata con l’informazione quale sono, però, ho cercato subito di capire la situazione, e tutto sembrava sotto controllo. L’assenza di corrente era dovuta a una rotazione programmata che l’autorità per l’energia elettrica stava mettendo in atto per non lasciare la città al buio. Un’ora qui, un’ora lì, tu al buio, tu alla luce, un po’ per tutti. E un po’ per nessuno. Perché in effetti dalla prima “rotazione” erano già passate 10 ore, e le temperature nelle case si stavano abbassando sempre più. E non si poteva nemmeno cucinare, perché le piastre della cucina sono elettriche anche loro, quindi ciccia. Ma noi eravamo troppo felici di poterci fare il the e la minestrina sfruttando il fuoco del camino, quindi abbiamo aggiunto un berretto di lana alla coltre di vestiti e siamo andati avanti. E anche se la sera si avvicinava, i materassini continuavano a sfrecciare sulle discese innevate, che presto si sarebbero ghiacciate e si sarebbero trasformate in salite impercorribili. Insomma, dai nostri barbecue in piscina, con le nostre bistecche e le nostre salsicce, scaldati da qualche birra in più, non ci rendevamo conto che ci stavamo lasciando intrappolare da muri di ghiaccio dentro case letteralmente congelate.

Stupidi? Forse. Lo spirito generale da queste parti è sempre positivo. E’ tutto un “we’ll be fine”. Eppure le previsioni avvisavano che la notte ci sarebbe stato un pesantissimo -13, con nuova pioggia ghiacciata, e l’autorità pubblica spostava la risoluzione del problema al giorno dopo. Così, genericamente. Io e la mia famiglia ci guardavamo intorno sospettosi, ma tutto era una gran festa, nessuno prendeva in mano una pala, così anche noi ci chiudevamo nella nostra trappola, accalcati intorno al camino godendo del fatto che finalmente il nostro figlio adolescente era costretto a chiacchierare con noi, a passare del tempo sotto la nostra coperta, a ridacchiare di una situazione assurda.

Poi è scesa la seconda notte.
La pioggia ghiacciata batteva le finestre e noi, increduli, avvolti da pesantissime coperte, sotto 3 strati di vestiti invernali, continuavamo a battere i denti. I capillari delle guance che si rompono, il fiato che si condensa nell’aria, le labbra viola. Ecco, lì ho avuto paura, lo confesso. Perché cibo ne avevamo, acqua anche, ed eravamo al sicuro in casa, ma quella notte i gradi in casa erano scesi a 3, e non ero sicura che a 3 gradi il corpo non avesse qualche contraccolpo. Così ci siamo detti che, appena fosse uscito il sole, avremmo sfidato le strade innevate e ghiacciate per andare a stare dai nostri amici, che avevano ancora corrente e acqua in casa.

Però la mattina dopo la casa era una prigione di ghiaccio e la macchina non sarebbe riuscita nemmeno ad uscire dal garage. Le tubature delle case hanno iniziato a scoppiare e a invadere di cascate d’acqua le stradine già congelate. Un paesaggio surreale ormai era intorno a noi, con la gente che osservava inerme la distruzione. Il tutto a 10 gradi sottozero.
Quindi ci siamo messì lì, tutti e tre, pala e martello, a spaccare il ghiaccio. In ginocchio. Cadendo e scivolando lungo le salite e le discese che portano all’uscita. E dopo 3 ore abbiamo liberato i tratti più difficili, giusto il necessario perché almeno due delle quattro ruote trovassero un po’ di trazione. Prima di uscire, però, abbiamo fatto una ricognizione a piedi delle strade oltre il gate d’ingresso e quello che abbiamo visto ci ha fatto congelare le lacrime sulle guance…

Le superstrade, gli svincoli, le rampe, tutto era ricoperto da un manto bianco. Poche auto si avventuravano lentissime. Alcune erano state abbandonate, incastrate nella neve, sul lato della strada. Cosa facciamo ora? Mio marito, noto ottimista, ha detto “Se ci mettiamo in strada, restiamo bloccati anche noi, almeno qui siamo al sicuro”. Ma in realtà, non eravamo al sicuro, proprio per niente. Quindi abbiamo messo quattro vestiti nella borsa (altri 4 li avevamo addosso) e siamo partiti. All’inizio, nonostante il lavoro fatto sui vialetti, la jeep non ne voleva sapere di aggrapparsi all’asfalto, e sembrava imbizzarrita, con il muso che oscillava a destra e a sinistra, senza riuscire ad avanzare di un centimetro. Poi, non so proprio come, si è mossa. Una salita dopo l’altra, siamo arrivati in cima e abbiamo raggiunto la strada principale.

In un silenzio agghiacciante, abbiamo contato le auto ferme, abbandonate prima delle salite, sul lato della strada, abbiamo ascoltato ogni vibrazione delle ruote, ogni suono insolito, con il cuore in gola. Un paesaggio surreale ci passava ai lati dei finestrini e nessuno di noi fiatava, nemmeno quando abbiamo superato un truck ribaltato, coperto di neve. Quei 40 minuti di viaggio me li sogno ancora. E quando siamo arrivati a casa di Sam e Giuliana…beh, io non ho parole per descrivere come mi sono sentita. Dico solo che ci siamo messe a piangere, ci siamo abbracciate e, credo, abbiamo ripreso a respirare.

Io vorrei poter scrivere che sono arrabbiata, per come questa situazione di emergenza è stata gestita e viene tutt’ora gestita in modo vergognoso e inefficiente, soprattutto per un grande Paese come questo. Ma negli ultimi giorni ho visto troppa solidarietà e troppo amore per essere arrabbiata. Non voglio pensare alla macchina di superficialità e di incompetenza, ma a quella di altruismo e di bontà. Voglio pensare agli amici e alle amiche che ci hanno aperto la loro casa e il loro cuore. Voglio pensare alle centinaia di messaggi, di “come state?” che si sono susseguiti, al via vai di famiglie che arrivavano con i loro borsoni a casa di altri amici. Voglio pensare alla doccia calda che ho fatto da Giuliana, piangendo, perché finalmente io e la mia famiglia eravamo al caldo, al sicuro, accolti come fratelli. E, soprattutto, voglio pensare a quanto sono semplici le cose fondamentali nella vita di una persona, e a come viene distrutta in un attimo l’esistenza di ognuno quando queste semplici cose vengono a mancare. Insomma, la vita è fatta di cose essenziali. Il resto, è semplice caos di sottofondo che ci distrae da ciò che conta davvero.

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Luca ha detto:

    Bel racconto.
    Condivido, meglio cogliere gli aspetti positivi di un’esperienza negativa.
    Un caldo abbraccio.

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  2. ero Lucy ha detto:

    Anto! Posso solo immaginare lo spavento. Sono felice che ce l’abbiate fatta a raggiungere i vostri amici. Sui social ho letto anche delle vacanze del governatore mentre lo stato andava in emergenza totale… incredibile. Vi mando un abbraccio grande.

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    1. ero Lucy ha detto:

      Scusa senatore, non governatore 🙂

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  3. Sempre Mamma ha detto:

    Mamma mia che esperienza terribile, ma che grande sollievo avere degli amici così ospitali. Speriamo solo che resti un’avventura isolata.

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