American Teenager

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Il nostro bambino non esiste più. Al suo posto c’è una creatura deforme e a volte crudele. I suoi lineamenti morbidi si sono fatti spigolosi, come se all’interno di quel corpo ci fosse qualcuno che spinge per farsi spazio. Il suo naso è cambiato, gli zigomi si sono fatti affilati e taglienti (come la sua linguaccia) e le sue spalle e il suo collo sono larghi, troppo larghi. Vive con noi, ma si è ritagliato uno spazio privato, con la sua camera e il suo bagno, da cui vorrebbe volentieri tagliarci fuori. Invece, ama frequentare le case dei suoi amici americani, in cui si comporta da lord inglese (he is sooooo polite), adora le mamme e i papà degli altri, pulisce i loro garage, le loro macchine, butta la loro pattumiera, mentre io non riesco nemmeno a fargli gettare le bottiglie di plastica da camera sua…

Ha smesso di studiare con impegno “per scelta”, perché ora le sue priorità sono altre (amici, ragazze n.d.r.) e nella sua camera illuminata di luci a led multicolore, troneggia un bandierone che recita “Saturdays are for the boys”. Quando non è fuori casa sta al telefono, ridendo o bisbigliando, e per quanto mi sforzi di origliare, ormai biascica un americano incomprensibile alle mie orecchie avvezze a parole chiare e ben scandite. Umorale come una donna in menopausa, passa da bianchi sorrisi che mi fanno illudere che l’alieno-demone che lo possiede se ne sia andato, a lunghi bronci ringhianti, che Cujo in confronto è un cucciolo coccoloso.

In casa si parla di lui con lo stesso deferente timore riservato a Colui-che-non-bisogna-nominare. Non ha bacchetta né serpente al seguito, ma quando ti passa vicino ti toglie ogni speranza come i dissennatori e ti ferisce a morte senza nemmeno sfoderare la maledizione Crucio. E tu non sei nemmeno Hermione per difenderti…

Quando parliamo di tornare in Italia ci dice “Andate voi, tranquilli, io resto qui”, con una sicurezza e un distacco da prenderlo a spintoni finché non gli si svita la testa… Invece io lo guardo con due occhioni tristi, come per dire “Ma come, mi faresti andare via senza di te?”. E lui allora corregge il tiro e mi dice “Beh, ma a Natale verrei a trovarvi”. In quei momenti capisco che il suo sangue italiano si è perso via come dopo una lunga trasfusione. Non c’è più niente di quelle radici, niente di quel sentire tutto nostro, quell’attaccamento agli affetti, alla famiglia. In parte, lo so, è la maledetta adolescenza, che arriva come un raffreddore e se ne va come un raffreddore. Ma in parte, lo so, è questo Paese e questa sua mentalità, questa tendenza a viaggiare leggeri, perché viaggiando leggeri si va più lontani.

Insomma, crescere un bambino e vederlo diventare adolescente è già traumatico a casa propria, ma farlo qui è peggio, perché qui un figlio lo perdi due volte. Non basta quel fisiologico allontanamento dovuto alla crescita, no. Da queste parti i ragazzi spiegano le loro ali presto, si creano il loro spazio per prendere la rincorsa e, alla fine dei 4 anni di High School, sono già pronti a dirti addio. L’autonomia qui si impara presto, prestissimo. Si va a lavorare, e non solo per soldi, già a 15 anni. Il cordone ombelicale si taglia in fretta e le madri americane sono pronte a dire addio molto presto.

L’adolescenza serve proprio a preparare quel distacco: le liti, le incomprensioni, la distanza e l’insofferenza sono propedeutci a quello che sarà l’allontanamento definitivo. Qui è normale, funziona così. In Italia, invece, i nostri ragazzi ci rimangono appiccicati finché non possono garantirsi un minimo di autonomia, un mutuo, un’indipendenza economica che, però, non arriva mai. E anche quando se ne vanno di casa, in realtà li hai sempre lì, a un tiro di schioppo. Vengono a pranzo la domenica, telefonano spesso e, quando arrivano i problemi, il più delle volte ce ne facciamo carico carico noi.

Cosa è meglio?
Mi verrebbe da dire qui. Almeno qui trovano lavoro. Almeno qui possono sposarsi a un’età decente, diventare genitori quando ancora hanno la forza di prendere in braccio i loro bambini. Almeno qui guardano al futuro con speranza, perché sanno che se ti impegni e se ci credi un futuro ce l’hai. Poi però mi viene anche da dire che l’unità delle famiglie italiane è allo stesso modo importante. Quell’esserci e quel viversi, quel vedersi crescere e invecchiare, quel senso di appartenenza hanno comunque un valore immenso. E allora penso che, come sempre, non c’è una verità assoluta. Esistono tante sfumature di felicità ed è giusto che ciascuno scelga la propria.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. ero Lucy ha detto:

    Bellissimo ❤ pero' credo che tra questi due estremi ci siano delle sfumature. Andare via di casa non significa vedersi solo a natale, a meno che ovviamente non si viva in due continenti diversi. Quello che intendo dire e' che ci sono tante famiglie americane unite, in cui ci si continua a vedere ogni volta che si puo'. Baci bella!

    "Mi piace"

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