Little Italy ad Austin – TX

Photo by Oleg Magni on Pexels.com

Quando ero in Italia e Leo andava alle elementari, guardavo con curiosità le mamme dei bambini cinesi arrivare all’ora di uscita dalla scuola, prelevarli con un sorriso e sgattaiolare via ignorando gli inviti a fermarsi per un caffè fatti da me e dalle altre mamme caciarone del quartiere. Ma come, nemmeno un caffè… Potrebbe fermarsi ogni tanto, far giocare la Lynn con gli altri bambini…L’ho vista ieri, però, con la mamma del bambino cinese della terza C…

Io sono sempre stata, e sono tutt’ora, una che parla anche coi sassi. Mi piacciono i gruppi, mi piace chiacchierare, fare mille domande, raccontare i cacchi miei. Neanche a dirlo, alle elementari ero la rappresentante di classe e mi piaceva da morire coinvolgere le mamme in lunghi pomeriggi tutte insieme al parco, mentre i bambini giocavano tra i campi di calcio e gli scivoli. Lo so, il quadretto può risultare molto provinciale e comaresco, ma fidatevi, in quegli incontri c’era molto di più, e ancora oggi molte di quelle mamme sono tra le mie più care amiche. Per questo motivo, il fatto che molte mamme straniere non entrassero nel giro delle chiacchiere, mi lasciava sempre un po’ di amaro in bocca. E a volte, un po’ giudicante, pensavo che le persone che si trasferiscono in un altro Paese dovrebbero integrarsi il più possibile, cercare di respirare la lingua locale e le tradizioni, vivere l’esperienza dell’integrazione con fiducia e grande apertura mentale.
Sì.
Appunto…

Oggi, 46 enne espatriata da 4, ma non ancora completamente sbocciata, mi ritrovo chiusa nel mio micromondo tricolore, circondata quasi esclusivamente da Italiani o, comunque, da Europei. Conosco pochissimi Americani e li frequento ancora meno. Leo, quando vuole ferirci, ci guarda negli occhi e ci dice “Certo che voi non vi siete integrati per niente”. A suo dire, si vede lontano un miglio che non siamo Americani. Si vede da come camminiamo, ci vestiamo, ci muoviamo. Lui, invece, se mi passa davanti insieme a una mandria di adolescenti sganascianti, mi può tranquillamente superare inosservato, tanto è fotocopiato al tipico ragazzone americano.

Noi, io e Robi, siamo imbarazzanti, anche quando parliamo inglese. Il nostro accento è ancora molto marcato, e siccome la lingua non è solo un mezzo per comunicare, ma è anche il riflesso del nostro modo di pensare, tutto il resto che ci portiamo dentro riflette allo stesso modo tutte le differenze e le distanze da questa America nella quale abbiamo tanto voluto vivere, di cui abbiamo immenso rispetto e di cui ora quasi abbiamo paura.

Così, ecco che quando voglio sentirmi bene, vado nei posti come il Domain di Austin, un grande quartiere centrale che potrebbe tranquillamente essere un sobborgo di qualche città europea. E ci vado con le mie amiche italiane. Ci raccogliamo nei ristoranti e nei bar e passiamo ore parlando ad alta voce, mangiando e bevendo, facendo finta di essere a casa, tra i palazzi e le vie che ci hanno visto crescere, diventare donne e mamme. Domenica scorsa, con il sole in faccia, lo Spritz nel bicchiere e il tagliere di salumi ordinato dalla Franci, sembrava proprio di stare in Darsena a Milano. E la cosa più bella era vedere le mie amiche che arrivavano al tavolo alla spicciolata e aggiungevano una sedia, così, senza programmi, all’italiana. Così, mi rendo conto che sono diventata come la mamma di Lynn, che evitava gli sguardi di noi mamme italiane per cercare protezione e consuetudine nelle persone con le quali condivideva l’accento e i pensieri.

Del resto integrarsi è un processo che richiede equilibrio e tranquillità. Non basta aver viaggiato, studiato, letto. Ci sono emozioni che spingono sotto pelle, resistenze e rigidità che a volte prescindono dal fatto che nella vita hai mangiato cavallette, pregato nei templi, dormito nelle capanne. Io amo la diversità, amo tutto ciò che è nuovo e ho sempre tanta curiosità di conoscere, di sapere. Ma ho scoperto di far fatica ad abbracciarlo davvero, il nuovo, perché il vecchio è talmente rassicurante e protettivo da colmare ogni mia paura e insicurezza. Ho scoperto che la mia testa parla, ascolta e sogna in italiano, sempre, pur avendo un vocabolario piuttosto ampio e, in un certo modo, anche articolato. E quando incontro un posto che mi piace, o sento un profumo che mi entra dentro e mi fa socchiudere gli occhi, tanto vale che mi metta subito a cercare di ricordare quale scorcio di Italia mi ricorda quel posto, in quale spiaggia o in quale bosco italiano ho sentito quel profumo.

Alla fine posso dire che, sì, ho acquisito delle nuove abitudini e abbracciato nuovi usi. Ma non basta mangiare il tacchino a Thanksgiving per dire di essersi intergrati. Che poi, a dirla tutta, io ho mangiato il tacchino solo durante il mio primo Thanksgiving qui negli USA. Poi, dal secondo in avanti, ho sempre preferito la polenta col brasato.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Luca ha detto:

    Ciao Antonella,
    il problema dell’integrazione non dipende unicamente da chi si introduce in una comunità, dalla disponibilità cioè ad accettare la cultura, le regole, i costumi, ecc…, ma anche (e soprattutto) dall’accettazione da parte dell’indigeno. Tra i due casi il più critico secondo me è il secondo.
    In Italia è di questi giorni la questione sullo ius soli e più in generale il riconoscimento della cittadinanza ai giovani figli di immigrati nati in Italia, cresciuti in Italia ma che alcuni non vorrebbero diventassero italiani. Un po’ come la questione Dreamers negli USA.
    Negli USA (ed in Italia come in tanti altri paesi anche europei) ci sono persone che si ritengono più americane (più italiane in Italia, ecc…) degli altri, anzi che si ritengono americani e nessun altro ha dignità di esserlo, gli altri sono solo ospiti e spesso anche poco graditi, fastidiosi.
    Ieri alcuni giornali italiani (solo un paio) hanno pubblicato il video di Lee Wong (riporto l’articolo sul New York Times: https://www.nytimes.com/2021/03/28/us/lee-wong-soldier-asian-American.html) che mostrando le proprie ferite subite durante il suo servizio per le forze militari USA dice “cosa devo fare ancora per dimostrare che sono un patriota?” perché ancora oggi, dopo 50 anni di cittadinanza statunitense non viene considerato un cittadino USA.
    Qui la razionalità non produce alcun effetto, i meccanismi barbarici ed appunto irrazionali che la questione alimenta sono probabilmente l’effetto di inprinting che la cultura e la razionalità non hanno ancora saputo superare.
    L’uso strumentale di politici e movimenti delinquenziali tipicamente espressione della più becera destra reazionaria e fascista (Lee Wong è repubblicano…) e non disconosciuta anche a sinistra, di queste debolezze e mai superati limiti espressione della nostra (peggiore) natura costringono ai margini persone che invece vorrebbero e potrebbero integrarsi e che sarebbero una ricchezza per il paese che le ospita.
    E’ davvero un gran peccato!!!

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