Le prime 24 ore…

Photo by Kelly Lacy on Pexels.com

Dopo un anno e mezzo di pandemia, finalmente si torna a casa.

Il viaggio è lungo, anzi, sembra ancora più lungo perché la preparazione è più complicata, con le nuove norme anti Covid, le form da compilare, il test rapido da fare prima di partire. Ma il piacere di atterrare a Malpensa quest’anno è ancora più grande. Quest’anno poi, con gli abbracci all’aeroporto scatta qualche lacrima, anziché le solite battute, perché il tempo trascorso dall’ultimo saluto stavolta è davvero lungo, e quel tempo trascorso (perso?) si sente tanto, le facce sono appesantite, gli occhi sono un po’ più segnati. 

Milano è sempre Milano. E la mia Sesto è sempre la stessa, cioè è sempre piuttosto insignificante, ma camminare, guardare le vetrine, vedere i nuovi negozi che hanno aperto, al posto di tanti altri che purtroppo hanno chiuso, mi fa quasi sentire come se non fossi mai andata via. Passeggiare qui mi fa sentire una rock star, perché tutti mi fermano. Non per abbracciarmi con il corpo, dato che ancora non è consentito, ma con gli occhi, per chiedermi quel “Come stai?” che qui in Italia è tanto diverso da “How are you” perché qui vuole davvero una risposta, anche se la risposta richiede almeno 20 minuti di parole confuse.

La prima tappa è al Carrefour di Mattia, perché la voglia della sua mortadella supera qualsiasi altro desiderio proibito, e dietro le mascherine dei ragazzi alle casse si vede comunque il più grande e dolce dei sorrisi. Mi è mancata la quotidianità del loro saluto, mi manca anche se ho lasciato l’Italia 4 anni fa ormai, e anche se qui tra le strade di Sesto e di Milano può capitare di ricevere un vaffa da un automobilista incazzato o un vicino infastidito, capisco che la gentilezza è gentilezza in tutto il mondo, anche qui.

La mia amica Barbara, dal suo balcone attrezzato per trascorrere lunghi momenti di clausura, mi racconta che Milano sta ancora soffrendo, stretta dai passati lockdown, attonita dai mesi in cui gli unici rumori in strada erano quelli delle sirene delle ambulanze, dai giorni in cui i canti dai balconi si sono zittiti al passaggio dei camion militari pieni di bare. Ma sta anche sperando e sognando, infatti i ristoranti sono pieni, con i loro tavolini fuori, in strada, ad appropriarsi di posti auto, di pezzi di carreggiata, perché in qualche modo bisogna tornare a vivere, no?

Tutti indossano la mascherina, anche all’aperto, disciplinati come non ti aspetteresti dall’italiano fanfarone, leggero, furbetto. E quando mi presento all’Unicredit fresca come una rosa, gli impiegati mi guardano come se fossi entrata con un passamontagna e un fucile automatico. Signora, ma ci vuole l’appuntamento. Ah. Non lo sapevo. Mi cacciano via davvero in malo modo (ecco, in questo senso abbiamo tanto da imparare dal customer care americano) e io me ne vado con la coda tra le gambe ma, soprattuto, senza bancomat o carte di credito perché non ho più i pin.

La mia casa è invecchiata, pure lei. Non funziona la doccia, ma io ho amici grandi, amici buoni, e in poche ore arriva il Claudio, con la cassetta degli attrezzi, e in men che non si dica posso farmi una doccia calda pensando che sono fortunata, ma proprio tanto fortunata ad avere incontrato persone così speciali, senza aver fatto niente di particolare per meritarle, anzi. 

Poi ci sono mia mamma e mio papà. E mi accorgo che questo anno e mezzo è stato lunghissimo, soprattutto per loro. Mi sono persa quel lento decadere, il loro invecchiare, che al telefono non era possibile cogliere, nonostante mio fratello mi dicesse ogni volta “Il babbo è invecchiato, tanto”. Mi sono persa le visite dal cardiologo, i segni lasciati da ogni complicanza. E loro si sono persi me, il mio supporto, il loro nipote al citofono, un pezzo di vita che è andato e non torna. Loro sono sempre stati autonomi, fin troppo. Ma ora la schiena di mia mamma è più curva e i movimenti di mio padre sono lenti, lentissimi, la sua espressione sembra sempre pensierosa, raccolta. Sono appena arrivata eppure già penso a quando dovrò partire, e non ne ho nessuna voglia, perché qui c’è proprio bisogno di me, o almeno è così che mi sento mentre guardiamo Hamilton andare lungo alla prima curva, dopo la ripartenza, e gioiamo come dei pirla, chissà perché, poi, povero Hamilton.

Essere qui, ora, mi dà la sensazione assurda che questo sia il mio posto, anche se lo vedo che intorno a me regna solo un gran caos, seppure addolcito da un giugno italiano che è, come sempre, un’alternanza di sole e temporali. Penso ad Austin, a una pandemia vissuta senza mascherine e senza lockdown, in case enormi, in spazi infiniti, senza urtarsi con i propri spigoli. Penso alla scuola, vissuta in presenza, senza l’isolamento sociale degli studenti italiani, che ha portato tanti di loro a lasciare gli studi anzitempo. Penso ai vaccini, arrivati a tonnellate grazie al potere dei dollari, al fatto che noi tre da mesi siamo vaccinati anche se siamo giovani e non siamo fragili. Penso alla nostra vita in Texas, che è andata avanti come se nulla fosse, tra ristoranti, palestre e altri luoghi rimasti chiusi qui in Italia. Penso a mio fratello, che nell’ultimo anno e mezzo si è ricostruito una vita, in una nuova casa, e nel frattempo ha fatto quello che poteva con i nostri genitori, rimasti orfani della loro figlia femmina, quella che normalmente ti rimane vicino per intervenire quando il gioco si fa duro.

Amo tutto di questo posto, anche quello che detesto. E anche la mia casa abbandonata sa ancora di noi tre. Mamma, sento il nostro odore, ha detto Leo appena entrato in camera sua. Perché questa è casa, Leo. Solo questa è veramente casa.

9 commenti Aggiungi il tuo

  1. Elena ha detto:

    Goditi la famiglia e casa tua! Quanto ti fermi?
    Io spero di venire prima di fine anno, chissà..
    Na davvero ad Austin palestre etc non hanno chiuso?? Da noi a Fort Worth si!

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    1. iomeneandrei74 ha detto:

      Hanno chiuso, ma per pochissimo… Mi fermo fino al 30 giugno (ma forse di più, chissà 😉)…

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  2. phileasfogg2020 ha detto:

    Mi sono rivisto in molti punti del tuo racconto 🙂 Io sono rientrato in Italia mentre stava scoppiando la pandemia, nel marzo 2020, mettendo bruscamente fine a un’esperienza di un anno e mezzo in UK. Nell’ultimo anno tra clausura e uscite contingentate, gli incontri sono stati limitati e così ancora oggi incontro persone per strada nel mio paesello che si meravigliano di rivedermi qui

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    1. iomeneandrei74 ha detto:

      Ciao! Immagino, immagino…

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  3. aleviola10 ha detto:

    Come ti capisco. Io purtroppo sono dovuta andare dopo Natale perché è venuta a mancare la mia mamma. Sono poi rimasta bloccata tre mesi per varie cancellazioni di voli. È stata dura tornare in Oklahoma, anche se ci vivo da 30 anni non sono mai riuscita a sentirmi a casa.

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    1. iomeneandrei74 ha detto:

      Mi spiace per la tua mamma. Non deve essere facile, tutt’altro. E ti capisco bene sul non sentirsi a casa…Personalmente, ci sto lavorando su, e appena sarà possibile tornerò in Italia ❤️

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  4. Isa ha detto:

    Io arriverò a fine mese e sto già perdendo il sonno la notte. Vivo sempre il viaggio come un trauma, perché a me sotto sotto non piace il cambiamento è soprattutto questo bruscò salto nel “passato invecchiato”. Non ci ritrovo quello che avevo lasciato e realizzo che ce ne ritroverò sempre di meno. Quest’anno, poi, non ritrovo neanche i miei due gatti che sono volati sul ponte. Questa volta saranno solo i gatti, la prossima chissà… non torno dal 2018.

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    1. iomeneandrei74 ha detto:

      Come ti capisco… Io non ho proprio il fisico per tutto ciò, tanto vale che ne prenda atto.

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