Risky business: cosa fanno i figli quando i genitori vanno via per il weekend


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Per il nostro anniversario, abbiamo avuto l’idea di trascorrere il weekend a Santa Monica.
Bello, direte voi. Il solo e unico problema è Leo, lasciarlo ad Austin da solo sapendo che casa nostra diventerà una polveriera. Quando siamo via, infatti, lo scenario che mi figuro solitamente prevede:

– la polizia che irrompe di notte, allertata dai vicini, spalancando la porta di casa su una mandria di minorenni completamente ubriachi
– messe nere
– orge
– vomito tipo a idrante.

L’ultima volta che siamo andati via, Leo ha rubato la Challenger di suo padre e l’ha riposta in garage con un graffio, le gomme sporche di fango e il serbatoio vuoto. Quindi, in sostanza, quando vado via per il weekend non mi diverto mai, perché so già che per ogni diavoleria che combinerà Leo, inspiegabilmente ne pagherò parte del prezzo, perché io gli lascio fare tutto, e lo proteggo sempre, e lo giustifico, ed è colpa mia se lui è così…

Leo è un piantagrane, insomma. Ma ha i suoi lati positivi. Ad esempio, mi racconta tutto, o quasi. Quindi, quando gli ho detto che avevamo fatto i biglietti aerei, non si è nemmeno nascosto, ha tirato fuori il cellulare e ha iniziato a seminare inviti a raffica. Saturday night at my place. Parents out.
Non tanta gente, mamma, solo le persone più strette. Mi compri 12 birre?

E ora vi spiego perché le birre le chiede a me. Qui in Texas se non hai 21 anni non bevi. Ma i ragazzi ne sanno una più del diavolo, ed esiste un mercato (accessibile a tutti) di finti documenti in cui la tua bella faccia brufolosa e il tuo nome vengono messi su patenti che spergiurano la tua idoneità ad acquistare alcolici. Ora, per evitare che mio figlio si metta in guai più grossi di lui e che si rechi da HEB con una patente falsa per portarsi a casa una cassa di Corona da 5 volumi, con il rischio di tremare e balbettare una volta di fronte al commesso, la birra gliela compro io. Sono una madre modello? No? No.

Di fronte a certi racconti, io mi irrigidisco non poco. Poi, però, penso a com’ero io, alle notti magiche con le mie amiche di sempre, ai rischi e alle evasioni, a quelle fughe dalle regole che mi hanno regalato scariche di adrenalina mai più sentite, e mi dico che ce la possiamo fare. Anche se si lanciano dai ponti nelle acque delle fiume, anche se sfrecciano sui go kart fatti in casa, anche se vanno a guardare l’alba sulla Downtown dopo una notte insonne a pescare nel Lake Travis, non succederà mai niente di brutto, e torneranno sempre a casa. Puliti, magari non sempre sobri. Ma torneranno.

Quindi, siamo partiti, e Leo ci ha salutati con sguardo compiaciuto. Io sapevo dentro di me che da lì a qualche ora la mia casa sarebbe stata un via vai di gente imprecisata. E le bouganville, l’oceano Pacifico, Malibu, i ristoranti sul mare, i pescherecci, i californiani super fit che corrono costeggiando Muscle Beach, sarebbero stati solo un sottofondo alla mia costante preoccupazione. Ma è la mia vita, perbacco, avrò diritto a un po’ di svago? No? No.

La mini-vacanza è andata anche bene, con telefonate qua e là, i vari tutto bene, sto bene, sì che sono andato a scuola, divertitevi, godetevi il mare. Ma anche i vari secondo te sta facendo feste, ma no, che feste, al limite ha invitato un paio di amici a guardare Netflix. No? No.

Siamo tornati, e Leo aveva la faccia felice di chi se l’è goduta, diciamo, abbastanza. La casa era pulita. Ma tanto pulita. Troppo pulita. Quel livello di pulizia che metti in atto dopo che hai ucciso delle persone e lavato via il sangue in modo che neanche la scientifica possa trovare tracce di sostanze organiche. La bottiglia di vino sapientemente ¨dimenticata¨ sulla mensola come un pezzo di groviera acchiappa-topolini, era ancora lì, polverosa, sulla mensola. Pattumiera? Nemmeno l’ombra. Odori strani? Solo il Fabuloso alla lavanda in soggiorno e il Clorox nei bagni. Mio marito ha ispezionato ogni angolo (lo sento, lo sento che c’è stato qualcuno qui) ma niente, sembrava che Mrs Doubtfire fosse appena uscita da casa nostra, portandosi via disordine, sporcizia e bugie.

Leo si aggirava sicuro (ma non troppo), osservandoci di nascosto, studiando le nostre espressioni, sicuramente pregando di non essere colto in fallo. Ma la sua sindrome OCD (Obsessive compulsive disorder) orgogliosamente ereditata da suo padre in questi casi lo aiuta: la sua memoria fotografica, la sua attenzione ai dettagli, la sua spietata organizzazione avevano fatto sparire ogni oggetto fuori posto, ogni capello, ogni singola traccia. La casa era immacolata, come se nei quattro giorni precedenti fosse rimasta chiusa. Finita l’ispezione, papà si rassegna a non dover fare nessun cazziatone, e mamma tira un sospiro di sollievo perché anche lei si è risparmiata quello stesso cazziatone. Ci vorrebbe un po’ di terapia familiare, lo so, ma alla fine noi stiamo bene anche così. No? No.

Tuttavia, ci sono degli indizi che rivelano che quei cinque giorni non sono stati tutto compiti e faccende domestiche: occhiaie nere, sbadiglio facile e soprattutto una strana rilassatezza, una pace interiore che ti può arrivare solo dopo sette anni in Tibet o dopo qualcos’altro. E forse il cappello da cowboy pieno di glitter e swarowsky dimenticato in camera di Leo ne sa qualcosa. E va beh, dai. Son ragazzi. No?

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Le prime 24 ore…

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Dopo un anno e mezzo di pandemia, finalmente si torna a casa.

Il viaggio è lungo, anzi, sembra ancora più lungo perché la preparazione è più complicata, con le nuove norme anti Covid, le form da compilare, il test rapido da fare prima di partire. Ma il piacere di atterrare a Malpensa quest’anno è ancora più grande. Quest’anno poi, con gli abbracci all’aeroporto scatta qualche lacrima, anziché le solite battute, perché il tempo trascorso dall’ultimo saluto stavolta è davvero lungo, e quel tempo trascorso (perso?) si sente tanto, le facce sono appesantite, gli occhi sono un po’ più segnati. 

Milano è sempre Milano. E la mia Sesto è sempre la stessa, cioè è sempre piuttosto insignificante, ma camminare, guardare le vetrine, vedere i nuovi negozi che hanno aperto, al posto di tanti altri che purtroppo hanno chiuso, mi fa quasi sentire come se non fossi mai andata via. Passeggiare qui mi fa sentire una rock star, perché tutti mi fermano. Non per abbracciarmi con il corpo, dato che ancora non è consentito, ma con gli occhi, per chiedermi quel “Come stai?” che qui in Italia è tanto diverso da “How are you” perché qui vuole davvero una risposta, anche se la risposta richiede almeno 20 minuti di parole confuse.

La prima tappa è al Carrefour di Mattia, perché la voglia della sua mortadella supera qualsiasi altro desiderio proibito, e dietro le mascherine dei ragazzi alle casse si vede comunque il più grande e dolce dei sorrisi. Mi è mancata la quotidianità del loro saluto, mi manca anche se ho lasciato l’Italia 4 anni fa ormai, e anche se qui tra le strade di Sesto e di Milano può capitare di ricevere un vaffa da un automobilista incazzato o un vicino infastidito, capisco che la gentilezza è gentilezza in tutto il mondo, anche qui.

La mia amica Barbara, dal suo balcone attrezzato per trascorrere lunghi momenti di clausura, mi racconta che Milano sta ancora soffrendo, stretta dai passati lockdown, attonita dai mesi in cui gli unici rumori in strada erano quelli delle sirene delle ambulanze, dai giorni in cui i canti dai balconi si sono zittiti al passaggio dei camion militari pieni di bare. Ma sta anche sperando e sognando, infatti i ristoranti sono pieni, con i loro tavolini fuori, in strada, ad appropriarsi di posti auto, di pezzi di carreggiata, perché in qualche modo bisogna tornare a vivere, no?

Tutti indossano la mascherina, anche all’aperto, disciplinati come non ti aspetteresti dall’italiano fanfarone, leggero, furbetto. E quando mi presento all’Unicredit fresca come una rosa, gli impiegati mi guardano come se fossi entrata con un passamontagna e un fucile automatico. Signora, ma ci vuole l’appuntamento. Ah. Non lo sapevo. Mi cacciano via davvero in malo modo (ecco, in questo senso abbiamo tanto da imparare dal customer care americano) e io me ne vado con la coda tra le gambe ma, soprattuto, senza bancomat o carte di credito perché non ho più i pin.

La mia casa è invecchiata, pure lei. Non funziona la doccia, ma io ho amici grandi, amici buoni, e in poche ore arriva il Claudio, con la cassetta degli attrezzi, e in men che non si dica posso farmi una doccia calda pensando che sono fortunata, ma proprio tanto fortunata ad avere incontrato persone così speciali, senza aver fatto niente di particolare per meritarle, anzi. 

Poi ci sono mia mamma e mio papà. E mi accorgo che questo anno e mezzo è stato lunghissimo, soprattutto per loro. Mi sono persa quel lento decadere, il loro invecchiare, che al telefono non era possibile cogliere, nonostante mio fratello mi dicesse ogni volta “Il babbo è invecchiato, tanto”. Mi sono persa le visite dal cardiologo, i segni lasciati da ogni complicanza. E loro si sono persi me, il mio supporto, il loro nipote al citofono, un pezzo di vita che è andato e non torna. Loro sono sempre stati autonomi, fin troppo. Ma ora la schiena di mia mamma è più curva e i movimenti di mio padre sono lenti, lentissimi, la sua espressione sembra sempre pensierosa, raccolta. Sono appena arrivata eppure già penso a quando dovrò partire, e non ne ho nessuna voglia, perché qui c’è proprio bisogno di me, o almeno è così che mi sento mentre guardiamo Hamilton andare lungo alla prima curva, dopo la ripartenza, e gioiamo come dei pirla, chissà perché, poi, povero Hamilton.

Essere qui, ora, mi dà la sensazione assurda che questo sia il mio posto, anche se lo vedo che intorno a me regna solo un gran caos, seppure addolcito da un giugno italiano che è, come sempre, un’alternanza di sole e temporali. Penso ad Austin, a una pandemia vissuta senza mascherine e senza lockdown, in case enormi, in spazi infiniti, senza urtarsi con i propri spigoli. Penso alla scuola, vissuta in presenza, senza l’isolamento sociale degli studenti italiani, che ha portato tanti di loro a lasciare gli studi anzitempo. Penso ai vaccini, arrivati a tonnellate grazie al potere dei dollari, al fatto che noi tre da mesi siamo vaccinati anche se siamo giovani e non siamo fragili. Penso alla nostra vita in Texas, che è andata avanti come se nulla fosse, tra ristoranti, palestre e altri luoghi rimasti chiusi qui in Italia. Penso a mio fratello, che nell’ultimo anno e mezzo si è ricostruito una vita, in una nuova casa, e nel frattempo ha fatto quello che poteva con i nostri genitori, rimasti orfani della loro figlia femmina, quella che normalmente ti rimane vicino per intervenire quando il gioco si fa duro.

Amo tutto di questo posto, anche quello che detesto. E anche la mia casa abbandonata sa ancora di noi tre. Mamma, sento il nostro odore, ha detto Leo appena entrato in camera sua. Perché questa è casa, Leo. Solo questa è veramente casa.

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Grazie Texas, grazie Pfizer!

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Il nostro turno di vaccinarci è arrivato davvero in fretta. Del resto, in Texas il ritmo con il quale le persone vengono vaccinate è impressionante: ieri eravamo a quasi 3.900.000 persone, circa il 13,3% della popolazione. Si vaccina ovunque, a qualunque ora, in qualsiasi modo. Mio marito, da buon tifoso di automobilismo, ha ricevuto la sua dose al circuito di Formula 1 COTA durante uno dei Mass Vaccination Day, un evento straordinario quanto la vittoria della Ferrari a Monza. Io, invece, alla farmacia del supermercato, accanto agli smalti e ai colluttori.

Per fare le cose in fretta, non si è badato molto ai controlli, quindi c’è chi ha fatto il furbo e si è vaccinato quando ancora gli aventi diritto erano i più fragili, gli anziani e il personale sanitario e delle scuole. Io, no, anche se una vocetta interna mi diceva evvai pure tu, no?, e ho fatto bene, perché tanto anche il mio turno è arrivato, ed è stato bello così, rispettando la fila, rispettando chi viene prima.

Nelle settimane precedenti mi era capitato di vedere alcuni di questi enormi hub vaccinali, e confesso che fanno un certo effetto, con i gazebo bianchi, la gente in fila ordinata, tutti con la mascherina e il loro QR code in mano, i sorrisi, la speranza che rinasce. Le emozioni sono contrastanti: sembra di stare in guerra, ma è una guerra bianca, una guerra bella. Perché in questa guerra siamo coinvolti tutti e il nemico è uno solo, se esclusiamo i negazionisti e quelli che cercano di farci credere che siamo vittime delle frottole che ci racconta il TG.

I volontari con i giubbotti arancioni fosforescenti dirigono il traffico nei parcheggi, immensi quanto quelli dei concerti che contano, e tutto funziona con un ritmo perfetto. Le persone arrivano disciplinate e rispettose, quasi solenni. Sicuramente tra loro c’è chi ha perso qualcuno e chi, invece, si è solo commosso nel leggere l’andamento della curva dei decessi in TV.

Anche oggi, in fila in farmacia, accanto agli smalti e ai colluttori, ci si sorrideva con gli occhi, visto che le labbra erano coperte. In quegli occhi socchiusi c’era la chiara consapevolezza di camminare insieme, di avanzare verso la vita normale, quella vita fatta di abbracci, di viaggi, di lavoro. Checking in? Name? Ok, 5 minutes, we’ll call you. E dopo 5 minuti ti chiamano davvero, e lo small talk con l’infermiera con la siringa in mano assomiglia tanto a quello quotidiano con la cassiera del supermercato, ma non lo è, perché in quei 6 sei secondi in cui l’ago attraversa i tessuti del mio braccio c’è letteralmente la vita che esplode.

Troppe volte mi lascio vivere, anziché vivere. Lascio che gli eventi mi attraversino, anziché attraversarli, ma stavolta no. Stavolta voglio proprio sentirlo, questo momento. Voglio vivere quegli attimi in cui quella formula magica, creata in laboratorio, entra nel mio corpo per proteggermi da un virus che ha già ucciso 2.800.000 persone in tutto il mondo. E ancora va avanti a uccidere. Voglio celebrare per un attimo l’umanità che cade e si rialza, che crea, che vince, che salva vite. Voglio fermarmi un momento per pensare a Ignazio e a Giovanna, che non ce l’hanno fatta. A Pinuccia, che ancora sta male e lotta, e che ce la farà. Voglio ricordare i camion di Bergamo e le tende davanti agli ospedali, le lacrime dei medici intervistati al telegiornale. Mi disturbano le voci di chi prova a dire “gli ospedali sono vuoti, non è vero niente”, ma questo non è il momento di arrabbiarsi, non c’è spazio per chi non capisce e non ha amore per il genere umano, questo è il momento per rinascere ed essere grati.

Il tempo di quei 6 secondi e sento già il cellulare che vibra: è l’appuntamento per la seconda dose, il 20 di aprile. La macchina sanitaria americana è straordinariamente efficiente, penso. Si è messa in moto con lo stesso piglio con il quale affronta qualsiasi sfida e sta facendo un’ottima figura che mi fa dimenticare per un attimo tutti i difetti, i problemi, le carenze. All’infermiera vorrei dire istintivamente “Thank you for your service”, ma farei una figuraccia, perché questa frase si dice a chi ha prestato il servizio militare, non a chi si mette 12 ore a vaccinare la gente nei supermercati. Quindi ringrazio con un po’ di emozione, auguro una buona serata ed esco, con una nuova forza addosso e un po’ meno paura. So che, per essere completamente coperta, dovrò attendere la seconda dose e, dopo quella, un altro paio di settimane. Ma il primo passo è fatto, il genere umano si sta muovendo verso una ripresa e verso la sopravvivenza. Possiamo tornare a sorridere, ancora da dietro una mascherina, ma è già qualcosa.

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Little Italy ad Austin – TX

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Quando ero in Italia e Leo andava alle elementari, guardavo con curiosità le mamme dei bambini cinesi arrivare all’ora di uscita dalla scuola, prelevarli con un sorriso e sgattaiolare via ignorando gli inviti a fermarsi per un caffè fatti da me e dalle altre mamme caciarone del quartiere. Ma come, nemmeno un caffè… Potrebbe fermarsi ogni tanto, far giocare la Lynn con gli altri bambini…L’ho vista ieri, però, con la mamma del bambino cinese della terza C…

Io sono sempre stata, e sono tutt’ora, una che parla anche coi sassi. Mi piacciono i gruppi, mi piace chiacchierare, fare mille domande, raccontare i cacchi miei. Neanche a dirlo, alle elementari ero la rappresentante di classe e mi piaceva da morire coinvolgere le mamme in lunghi pomeriggi tutte insieme al parco, mentre i bambini giocavano tra i campi di calcio e gli scivoli. Lo so, il quadretto può risultare molto provinciale e comaresco, ma fidatevi, in quegli incontri c’era molto di più, e ancora oggi molte di quelle mamme sono tra le mie più care amiche. Per questo motivo, il fatto che molte mamme straniere non entrassero nel giro delle chiacchiere, mi lasciava sempre un po’ di amaro in bocca. E a volte, un po’ giudicante, pensavo che le persone che si trasferiscono in un altro Paese dovrebbero integrarsi il più possibile, cercare di respirare la lingua locale e le tradizioni, vivere l’esperienza dell’integrazione con fiducia e grande apertura mentale.
Sì.
Appunto…

Oggi, 46 enne espatriata da 4, ma non ancora completamente sbocciata, mi ritrovo chiusa nel mio micromondo tricolore, circondata quasi esclusivamente da Italiani o, comunque, da Europei. Conosco pochissimi Americani e li frequento ancora meno. Leo, quando vuole ferirci, ci guarda negli occhi e ci dice “Certo che voi non vi siete integrati per niente”. A suo dire, si vede lontano un miglio che non siamo Americani. Si vede da come camminiamo, ci vestiamo, ci muoviamo. Lui, invece, se mi passa davanti insieme a una mandria di adolescenti sganascianti, mi può tranquillamente superare inosservato, tanto è fotocopiato al tipico ragazzone americano.

Noi, io e Robi, siamo imbarazzanti, anche quando parliamo inglese. Il nostro accento è ancora molto marcato, e siccome la lingua non è solo un mezzo per comunicare, ma è anche il riflesso del nostro modo di pensare, tutto il resto che ci portiamo dentro riflette allo stesso modo tutte le differenze e le distanze da questa America nella quale abbiamo tanto voluto vivere, di cui abbiamo immenso rispetto e di cui ora quasi abbiamo paura.

Così, ecco che quando voglio sentirmi bene, vado nei posti come il Domain di Austin, un grande quartiere centrale che potrebbe tranquillamente essere un sobborgo di qualche città europea. E ci vado con le mie amiche italiane. Ci raccogliamo nei ristoranti e nei bar e passiamo ore parlando ad alta voce, mangiando e bevendo, facendo finta di essere a casa, tra i palazzi e le vie che ci hanno visto crescere, diventare donne e mamme. Domenica scorsa, con il sole in faccia, lo Spritz nel bicchiere e il tagliere di salumi ordinato dalla Franci, sembrava proprio di stare in Darsena a Milano. E la cosa più bella era vedere le mie amiche che arrivavano al tavolo alla spicciolata e aggiungevano una sedia, così, senza programmi, all’italiana. Così, mi rendo conto che sono diventata come la mamma di Lynn, che evitava gli sguardi di noi mamme italiane per cercare protezione e consuetudine nelle persone con le quali condivideva l’accento e i pensieri.

Del resto integrarsi è un processo che richiede equilibrio e tranquillità. Non basta aver viaggiato, studiato, letto. Ci sono emozioni che spingono sotto pelle, resistenze e rigidità che a volte prescindono dal fatto che nella vita hai mangiato cavallette, pregato nei templi, dormito nelle capanne. Io amo la diversità, amo tutto ciò che è nuovo e ho sempre tanta curiosità di conoscere, di sapere. Ma ho scoperto di far fatica ad abbracciarlo davvero, il nuovo, perché il vecchio è talmente rassicurante e protettivo da colmare ogni mia paura e insicurezza. Ho scoperto che la mia testa parla, ascolta e sogna in italiano, sempre, pur avendo un vocabolario piuttosto ampio e, in un certo modo, anche articolato. E quando incontro un posto che mi piace, o sento un profumo che mi entra dentro e mi fa socchiudere gli occhi, tanto vale che mi metta subito a cercare di ricordare quale scorcio di Italia mi ricorda quel posto, in quale spiaggia o in quale bosco italiano ho sentito quel profumo.

Alla fine posso dire che, sì, ho acquisito delle nuove abitudini e abbracciato nuovi usi. Ma non basta mangiare il tacchino a Thanksgiving per dire di essersi intergrati. Che poi, a dirla tutta, io ho mangiato il tacchino solo durante il mio primo Thanksgiving qui negli USA. Poi, dal secondo in avanti, ho sempre preferito la polenta col brasato.

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American Teenager

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Il nostro bambino non esiste più. Al suo posto c’è una creatura deforme e a volte crudele. I suoi lineamenti morbidi si sono fatti spigolosi, come se all’interno di quel corpo ci fosse qualcuno che spinge per farsi spazio. Il suo naso è cambiato, gli zigomi si sono fatti affilati e taglienti (come la sua linguaccia) e le sue spalle e il suo collo sono larghi, troppo larghi. Vive con noi, ma si è ritagliato uno spazio privato, con la sua camera e il suo bagno, da cui vorrebbe volentieri tagliarci fuori. Invece, ama frequentare le case dei suoi amici americani, in cui si comporta da lord inglese (he is sooooo polite), adora le mamme e i papà degli altri, pulisce i loro garage, le loro macchine, butta la loro pattumiera, mentre io non riesco nemmeno a fargli gettare le bottiglie di plastica da camera sua…

Ha smesso di studiare con impegno “per scelta”, perché ora le sue priorità sono altre (amici, ragazze n.d.r.) e nella sua camera illuminata di luci a led multicolore, troneggia un bandierone che recita “Saturdays are for the boys”. Quando non è fuori casa sta al telefono, ridendo o bisbigliando, e per quanto mi sforzi di origliare, ormai biascica un americano incomprensibile alle mie orecchie avvezze a parole chiare e ben scandite. Umorale come una donna in menopausa, passa da bianchi sorrisi che mi fanno illudere che l’alieno-demone che lo possiede se ne sia andato, a lunghi bronci ringhianti, che Cujo in confronto è un cucciolo coccoloso.

In casa si parla di lui con lo stesso deferente timore riservato a Colui-che-non-bisogna-nominare. Non ha bacchetta né serpente al seguito, ma quando ti passa vicino ti toglie ogni speranza come i dissennatori e ti ferisce a morte senza nemmeno sfoderare la maledizione Crucio. E tu non sei nemmeno Hermione per difenderti…

Quando parliamo di tornare in Italia ci dice “Andate voi, tranquilli, io resto qui”, con una sicurezza e un distacco da prenderlo a spintoni finché non gli si svita la testa… Invece io lo guardo con due occhioni tristi, come per dire “Ma come, mi faresti andare via senza di te?”. E lui allora corregge il tiro e mi dice “Beh, ma a Natale verrei a trovarvi”. In quei momenti capisco che il suo sangue italiano si è perso via come dopo una lunga trasfusione. Non c’è più niente di quelle radici, niente di quel sentire tutto nostro, quell’attaccamento agli affetti, alla famiglia. In parte, lo so, è la maledetta adolescenza, che arriva come un raffreddore e se ne va come un raffreddore. Ma in parte, lo so, è questo Paese e questa sua mentalità, questa tendenza a viaggiare leggeri, perché viaggiando leggeri si va più lontani.

Insomma, crescere un bambino e vederlo diventare adolescente è già traumatico a casa propria, ma farlo qui è peggio, perché qui un figlio lo perdi due volte. Non basta quel fisiologico allontanamento dovuto alla crescita, no. Da queste parti i ragazzi spiegano le loro ali presto, si creano il loro spazio per prendere la rincorsa e, alla fine dei 4 anni di High School, sono già pronti a dirti addio. L’autonomia qui si impara presto, prestissimo. Si va a lavorare, e non solo per soldi, già a 15 anni. Il cordone ombelicale si taglia in fretta e le madri americane sono pronte a dire addio molto presto.

L’adolescenza serve proprio a preparare quel distacco: le liti, le incomprensioni, la distanza e l’insofferenza sono propedeutci a quello che sarà l’allontanamento definitivo. Qui è normale, funziona così. In Italia, invece, i nostri ragazzi ci rimangono appiccicati finché non possono garantirsi un minimo di autonomia, un mutuo, un’indipendenza economica che, però, non arriva mai. E anche quando se ne vanno di casa, in realtà li hai sempre lì, a un tiro di schioppo. Vengono a pranzo la domenica, telefonano spesso e, quando arrivano i problemi, il più delle volte ce ne facciamo carico carico noi.

Cosa è meglio?
Mi verrebbe da dire qui. Almeno qui trovano lavoro. Almeno qui possono sposarsi a un’età decente, diventare genitori quando ancora hanno la forza di prendere in braccio i loro bambini. Almeno qui guardano al futuro con speranza, perché sanno che se ti impegni e se ci credi un futuro ce l’hai. Poi però mi viene anche da dire che l’unità delle famiglie italiane è allo stesso modo importante. Quell’esserci e quel viversi, quel vedersi crescere e invecchiare, quel senso di appartenenza hanno comunque un valore immenso. E allora penso che, come sempre, non c’è una verità assoluta. Esistono tante sfumature di felicità ed è giusto che ciascuno scelga la propria.

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Austin, 15 febbraio 2021 h 2:07 AM. E la luce si spense.

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Te ne rendi conto anche se è notte, perché i led si oscurano, gli orologi smettono di segnare il trascorrere del tempo e soprattutto quel ronzio a cui non fai più caso, quel ronzio che è un po’ il respiro della tua casa, cessa. Quel respiro è l’aria calda che esce dalle bocchette del condizionamento. E’ il respiro della tua casa, sì, ma è anche il tuo.

Ci sono stati vari stadi in questo terribile “Winter storm” che ha colpito il Texas e che ancora non accenna ad andare via… All’inizio tutti ci siamo messi una felpa in più, un paio di calze sopra quelle che già avevamo e siamo tornati a dormire. La giornata è passata nello stupore generale (the snow! The snow!), e nel nostro condo, lungo i vialetti e le discese innevate, i ragazzini sfrecciavano su materassini gonfiabili ridendo come matti. Milioni di selfie, di palle di neve, di dita ghiacciate, di “This is freaking awesome!” hanno riempito l’aria. Sembrava di poter risolvere tutto con un “Hei, Francesco, hai un paio di guanti in più?” e via, andare.

Da persona fissata con l’informazione quale sono, però, ho cercato subito di capire la situazione, e tutto sembrava sotto controllo. L’assenza di corrente era dovuta a una rotazione programmata che l’autorità per l’energia elettrica stava mettendo in atto per non lasciare la città al buio. Un’ora qui, un’ora lì, tu al buio, tu alla luce, un po’ per tutti. E un po’ per nessuno. Perché in effetti dalla prima “rotazione” erano già passate 10 ore, e le temperature nelle case si stavano abbassando sempre più. E non si poteva nemmeno cucinare, perché le piastre della cucina sono elettriche anche loro, quindi ciccia. Ma noi eravamo troppo felici di poterci fare il the e la minestrina sfruttando il fuoco del camino, quindi abbiamo aggiunto un berretto di lana alla coltre di vestiti e siamo andati avanti. E anche se la sera si avvicinava, i materassini continuavano a sfrecciare sulle discese innevate, che presto si sarebbero ghiacciate e si sarebbero trasformate in salite impercorribili. Insomma, dai nostri barbecue in piscina, con le nostre bistecche e le nostre salsicce, scaldati da qualche birra in più, non ci rendevamo conto che ci stavamo lasciando intrappolare da muri di ghiaccio dentro case letteralmente congelate.

Stupidi? Forse. Lo spirito generale da queste parti è sempre positivo. E’ tutto un “we’ll be fine”. Eppure le previsioni avvisavano che la notte ci sarebbe stato un pesantissimo -13, con nuova pioggia ghiacciata, e l’autorità pubblica spostava la risoluzione del problema al giorno dopo. Così, genericamente. Io e la mia famiglia ci guardavamo intorno sospettosi, ma tutto era una gran festa, nessuno prendeva in mano una pala, così anche noi ci chiudevamo nella nostra trappola, accalcati intorno al camino godendo del fatto che finalmente il nostro figlio adolescente era costretto a chiacchierare con noi, a passare del tempo sotto la nostra coperta, a ridacchiare di una situazione assurda.

Poi è scesa la seconda notte.
La pioggia ghiacciata batteva le finestre e noi, increduli, avvolti da pesantissime coperte, sotto 3 strati di vestiti invernali, continuavamo a battere i denti. I capillari delle guance che si rompono, il fiato che si condensa nell’aria, le labbra viola. Ecco, lì ho avuto paura, lo confesso. Perché cibo ne avevamo, acqua anche, ed eravamo al sicuro in casa, ma quella notte i gradi in casa erano scesi a 3, e non ero sicura che a 3 gradi il corpo non avesse qualche contraccolpo. Così ci siamo detti che, appena fosse uscito il sole, avremmo sfidato le strade innevate e ghiacciate per andare a stare dai nostri amici, che avevano ancora corrente e acqua in casa.

Però la mattina dopo la casa era una prigione di ghiaccio e la macchina non sarebbe riuscita nemmeno ad uscire dal garage. Le tubature delle case hanno iniziato a scoppiare e a invadere di cascate d’acqua le stradine già congelate. Un paesaggio surreale ormai era intorno a noi, con la gente che osservava inerme la distruzione. Il tutto a 10 gradi sottozero.
Quindi ci siamo messì lì, tutti e tre, pala e martello, a spaccare il ghiaccio. In ginocchio. Cadendo e scivolando lungo le salite e le discese che portano all’uscita. E dopo 3 ore abbiamo liberato i tratti più difficili, giusto il necessario perché almeno due delle quattro ruote trovassero un po’ di trazione. Prima di uscire, però, abbiamo fatto una ricognizione a piedi delle strade oltre il gate d’ingresso e quello che abbiamo visto ci ha fatto congelare le lacrime sulle guance…

Le superstrade, gli svincoli, le rampe, tutto era ricoperto da un manto bianco. Poche auto si avventuravano lentissime. Alcune erano state abbandonate, incastrate nella neve, sul lato della strada. Cosa facciamo ora? Mio marito, noto ottimista, ha detto “Se ci mettiamo in strada, restiamo bloccati anche noi, almeno qui siamo al sicuro”. Ma in realtà, non eravamo al sicuro, proprio per niente. Quindi abbiamo messo quattro vestiti nella borsa (altri 4 li avevamo addosso) e siamo partiti. All’inizio, nonostante il lavoro fatto sui vialetti, la jeep non ne voleva sapere di aggrapparsi all’asfalto, e sembrava imbizzarrita, con il muso che oscillava a destra e a sinistra, senza riuscire ad avanzare di un centimetro. Poi, non so proprio come, si è mossa. Una salita dopo l’altra, siamo arrivati in cima e abbiamo raggiunto la strada principale.

In un silenzio agghiacciante, abbiamo contato le auto ferme, abbandonate prima delle salite, sul lato della strada, abbiamo ascoltato ogni vibrazione delle ruote, ogni suono insolito, con il cuore in gola. Un paesaggio surreale ci passava ai lati dei finestrini e nessuno di noi fiatava, nemmeno quando abbiamo superato un truck ribaltato, coperto di neve. Quei 40 minuti di viaggio me li sogno ancora. E quando siamo arrivati a casa di Sam e Giuliana…beh, io non ho parole per descrivere come mi sono sentita. Dico solo che ci siamo messe a piangere, ci siamo abbracciate e, credo, abbiamo ripreso a respirare.

Io vorrei poter scrivere che sono arrabbiata, per come questa situazione di emergenza è stata gestita e viene tutt’ora gestita in modo vergognoso e inefficiente, soprattutto per un grande Paese come questo. Ma negli ultimi giorni ho visto troppa solidarietà e troppo amore per essere arrabbiata. Non voglio pensare alla macchina di superficialità e di incompetenza, ma a quella di altruismo e di bontà. Voglio pensare agli amici e alle amiche che ci hanno aperto la loro casa e il loro cuore. Voglio pensare alle centinaia di messaggi, di “come state?” che si sono susseguiti, al via vai di famiglie che arrivavano con i loro borsoni a casa di altri amici. Voglio pensare alla doccia calda che ho fatto da Giuliana, piangendo, perché finalmente io e la mia famiglia eravamo al caldo, al sicuro, accolti come fratelli. E, soprattutto, voglio pensare a quanto sono semplici le cose fondamentali nella vita di una persona, e a come viene distrutta in un attimo l’esistenza di ognuno quando queste semplici cose vengono a mancare. Insomma, la vita è fatta di cose essenziali. Il resto, è semplice caos di sottofondo che ci distrae da ciò che conta davvero.

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Home sweet home

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Il nostro contratto di affitto è in scadenza, quindi ci siamo messi da qualche settimana alla ricerca di una casa nuova. Non è così semplice, perché sembra che ad Austin tutti siano impazziti. C’è un esodo di massa verso la nostra città, che fa paura: i californiani hanno voltato le spalle alle spiagge di Santa Monica e dell’Orange County, oppressi dalle tasse e dal carovita, Elon Musk sta portando qui la sua fabbrica di Tesla e in generale chi vuole investire ed arricchirsi sta giurando fedeltà alla bandiera con la Lone Star.

Io non ho niente in contrario. Ma i prezzi sono alle stelle, maledetto capitalismo che porta una maggiore domanda ad alzare il valore dell’offerta. Quindi oggi, per avere una casetta duplex (quindi con un muro condiviso con un estraneo) con 3 stanze da letto e un giardino da sfruttare circa due mesi all’anno perché poi per i restanti mesi fa troppo caldo o troppo freddo, servono circa 3.000 dollari al mese. Tutta colpa della super scuola pubblica di distretto, la Westlake High School, opificio di campioni, di scienziati, di illuminati e di geni più o meno folli. Per ora nostro figlio sembra collocarsi nella categoria “più o meno folli”, e basta.

Guardare case con mio marito è un’esperienza quasi mistica. Il livello di pazienza, di concentrazione, di introspezione e di elevazione che devo raggiungere mi equipara senza se e senza ma al maestro Oogway di Kung Fu Panda. L’unica traccia di nervosismo che trapela quando lui inizia a storcere il naso per questo o quel difetto, è il settimo nervo cranico che prende vita e inizia a far vibrare la mia palpebra sinistra. Ma vibra così veloce che non si vede, quindi la nostra realtor mi guarda e senza dubbio pensa “Ma come ci riesci, a non mandarlo a cagare?”. E io, nella mente, le rispondo “Ce lo mando almeno cinque volte al giorno, don’t worry”.

Le case al di sotto del budget suddetto, sono praticamente inguardabili: vecchissime, con il legno scrostato, i pavimenti rigati, i bagni disastrati. Oppure sono in condomini-alveare, in cui puoi chiacchierare con il tuo vicino senza nemmeno aprire la porta, e al confronto il mio tre locali di Sesto San Giovanni sembra una casa nel bosco. Ogni volta che visito una casa così, maledico i californiani, Elon Musk e gli investitori in cerca di ricchezze che hanno deciso di riempire le nostre strade con i loro soldi. L’unica consolazione è che quando si accorgeranno che non hanno più la spiaggia, i fiori, le montagne e la bellezza, sarà troppo tardi: ormai saranno prigionieri delle loro ville, senza poter uscire in giardino (infestato di serpenti), con il mare più vicino, marrone e fangoso, a 3 ore di auto e il deserto intorno a loro.

Invece, eccoci qui, davanti a queste casette che, per quanto le paghi, dovrebbero avere almeno gli armadietti della cucina che si chiudono, non che restano semi-aperti o disallineati. Dovrebbero avere degli infissi con meno di 30 anni, anche. E i bagni, cavolo, i bagni dovrebbero ispirarti voglia di lanciarti sotto la doccia e restare mezz’ora a farti aprire i pori dal vapore dell’acqua calda, invece ti fanno venire il dubbio che da quei tubi ESCA acqua calda. In più, dato che siamo in Texas e l’animale nazionale è lo scarafaggio, ad ogni casa che visitiamo c’è sempre un esemplare che sembra ricordarti che quella è casa sua e che tu, se firmi il contratto, sarai sempre il suo ospite indesiderato. Vai, settimo nervo cranico, fai pure, tanto non c’è niente che possa fare per fermarti.

Ovviamente, non tutta Austin è così. Ci sono quartieri in cui trovare casa è più facile, e in cui le case sono più nuove, come quelle che tutti siamo abituati a vedere nei film americani. Anche con 2,000 dollari al mese, in un buon distretto con una buona scuola, puoi metterti in mano le chiavi di una signora casa. Il distretto di Westlake, invece, fa storia a sè, proprio perchè, come ho detto, ha una scuola che fa gola a tante famiglie e perché è una piccola enclave milionaria che in ogni modo scoraggia chi ha un conto corrente con meno 6 zeri a fare le valigie. Noi abbiamo resistito e resistiamo ancora, perché nel foglio Excel, colonna priorità, con coefficiente massimo, abbiamo messo SCUOLA. E’ stata una scelta all’italiana, ma forse neanche tanto, perché anche qui le basi per un futuro luminoso si gettano ora, sui banchi di scuola. E fa una grande differenza nella tua vita il tipo di percorso scolastico che sceglierai. In più per Leo vivere qui è una buona lezione di vita, perché quando parcheggia la mia macchina nel parcheggio della scuola accanto a Lamborghini e Tesla, ha due scelte: rosicare con un matto e maledire i suoi umili natali, oppure misurarsi con gli altri su parametri diversi dai cavalli della macchina o dalla lunghezza del conto in banca.

In tutto ciò, comunque, nostro figlio non partecipa alla ricerca della casa, ma ha espresso una preferenza: che la sua stanza sia su un altro livello rispetto alla nostra, in modo da poter ascoltare musica a volume insano, stare su FaceTime fino a notte fonda senza essere disturbato dalle nostre proteste e, più in generale, per illudersi per qualche attimo di vivere da solo invece che con due genitori scomodi. La sua preferenza è stata annotata, commentata (quando lavorerai ti prenderai la casa che vorrai) e cestinata right away. Nota a margine: capisco perché gli americani festeggiano quando questi mostri compiono 18 anni, finiscono la High School e tolgono il disturbo emigrando in qualche università. Prima dell’adolescenza non lo capivo, ma adesso lo capisco. Come si stava meglio, quando si guardava Kung Fu Panda tutti insieme sul divano…

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Hazzard(o)

Quando Leo ha preso la patente, la prima cosa che abbiamo fatto è stata aggiungerlo all’assicurazione della nostra auto. L’assicuratore, un ragazzone americano tutto denti perfetti e vocione gioviale, ci ha sparato subito un bel preventivo sopra i 5.000 dollari all’anno per tutti e tre, e dato che a noi è caduta la faccia sulla sua scrivania per lo spavento, ci ha spiegato che il costo così alto è determinato dal fatto che nel nostro garage, oltre alla mia pacifica Jeep, c’è anche una di quelle cose che chiamano “muscle car”, e che il binomio adolescente + auto potente fa schizzare i premi assicurativi alle stelle. Io e mio marito, rigidi educatori all’italiana, abbiamo spiegato al dentone che Leo non avrebbe guidato la macchina potente, ma solo la piccola Jeep, e che quindi non c’era bisogno di far schizzare proprio niente. L’amico assicuratore ha riso, riso, riso tanto. E ha detto qualcosa tipo, siamo stati tutti adolescenti, sappiamo tutti che lui GUIDERA’ quell’auto, anche di nascosto, ma lo farà.

Mio marito voleva prenderlo a sberle perché, solo l’idea che il nostro distratto figliolo pubescente si sieda sulla sua macchina, gli fa venire la pellagra.
La sua bella auto, così simile al Generale Lee dei fratelli Duke…
La sua bella auto, che lui pulisce con 11 diversi prodotti…
La sua bella auto, l’unico sfizio che si sia davvero concesso in una vita di privazioni auto-inflitte senza motivo…
Quindi, la voglia di prendere a sberle l’assicuratore-eretico era forte, ma si è trattenuto e ha provato altre strategie. Abbiamo millantato origini Montessoriane, snocciolato referenze su quanto siamo fermi e rigidi, giurato col sangue (di Leo) che mai e poi mai e poi mai il giovane neo-patentato avrebbe cavalcato i possenti cavalli della Challenger corvina, ma niente. Alla fine abbiamo dovuto sottoscrivere il piano assicurativo da furto. E un po’, tornando verso casa, ridacchiavamo sotto i baffi all’idea che qui i ragazzi prendano le auto dei genitori di nascosto…Sì, perché è vero che anche il nostro Leo è cambiato rispetto al bambino telecomandato che abbiamo cresciuto, ma in nessun modo sarebbe capace di fare una cosa così irresponsabile, vietata, proibita.

Bene.
Lo scorso weekend, mentre io e mio marito bevevamo mojito sulle spiagge della Florida, il pubescente ha, di fatto, preso la Challenger di nascosto e ha fatto sgroppare i cavalli in un bel giro su tutte le colline di Westlake. Ha invitato amici ad assistere alla sua bravata, ha mostrato i muscoli alle ragazze della scuola e sono sicura che nel suo cellulare ci siano foto dello scempio compiuto. Ho detto di nascosto, ma forse non avrei dovuto dirlo, perché c’è ben poco da nascondere, visto che ha lasciato la prova tangibile del suo tradimento: un bel graffio sul paraurti, fatto entrando nel garage.

Il dentone aveva ragione.
Conosce meglio lui mio figlio, di noi.
Quello che non sa, è che il giovane traditore non guiderà fino al 2022. E, Maria Montessori, lévati.

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Work in regress

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Quando sono arrivata in Texas, per un po’ di tempo il mio mondo si è limitato a quello degli Italiani che, come noi, avevano avuto una buona occasione di lavoro qui e che avevano avuto il coraggio di accettarla. Per molti di loro, poi, non si era trattato nemmeno di un grande salto nel buio, perché la loro stessa azienda li aveva traghettati negli USA, senza quindi dover nemmeno cambiare datore di lavoro. Quindi, in pratica, il mio mondo per un po’ di tempo si è limitato a quello dei privilegiati, quelli che hanno un buon lavoro, un ottimo stipendio, un’ottima assicurazione. E mi sono detta, subito “Ma qui negli USA si vive alla grandissima”. E giù botte all’Italia, dove la disoccupazione galoppa come Furia cavallo del West e dove se sei donna, oppure over 40, è meglio se ti metti da parte e fai le parole crociate per tenere il cervello in allenamento.

Poi ho iniziato a lavorare io.
E, senza esperienza, con un background magari anche interessante, ma costruito in Italia e nel campo della comunicazione (quindi non spendibile qui, dove il mio inglese non è certo ai livelli del mio italiano) ho dovuto accontentarmi di un lavoro “normale”. Ho lavorato in questo posto per 4 mesi. Vorrei poter dire il nome dell’azienda, ma ho firmato chilometri di Non-Disclosure-Agreement, quindi non posso. Posso, però, dire che è un nome importante, non certo l’aziendina a condunzione familiare… Lì ho visto una parte di America che non conoscevo e mi è venuto il dubbio che sia quella lì la vera America, non quella delle colline di Westlake, in cui vivo io.

Qualche dato? Niente ferie pagate, niente malattia pagata, niente assicurazione medica, niente contributi per la pensione (rido). Ho trascorso le mie ore, retribuite 18,50 $ ciascuna, tra due pareti e un corridoio stretto, tra persone fantastiche, che arrivano da tutto il mondo in cerca del sogno americano e poi si ritrovano per le mani QUESTO, e hanno anche l’ingenuità di pensare che sia normale così. Sì, perché molto furbescamente, queste condizioni contrattuali da rivolta operaia vengono camuffate da party aziendali, merendine gratis, stanze per il relax e una serie di finti benefit utili quanto un secondo buco del…ecco, ci siamo capiti.

Insomma, dopo i primi tre giorni di lavoro avevo una gran voglia di alzarmi in piedi, tirar fuori la testa dal mio cubicolo per poter guardare in faccia i miei colleghi e gridare:
Per me
la corazzata Potemkin
è una cagata pazzesca!
Ma dubito che mi avrebbero tributato i meritati novanta minuti di applausi.
Quindi per 4 mesi ho infilato la testa nel mio collo, il mio collo nelle spalle, e sono rimasta in silenzio, a lavorare rispettando i numeri che mi venivano richiesti, la qualità, il carico di lavoro, le regole.

Ma qui, ce li avete i sindacati? Ho chiesto un giorno ai miei colleghi, in pausa pranzo, sgranocchiando patatine unte generosamente offerte dall’azienda. Mi hanno guardata come se gli avessi chiesto la radice quadrata di 546373839392. Sì, perché per noi Italiani la tutela del lavoratore è al primo posto, mentre qui al primo posto c’è la tutela del lavoro. Cassa integrazione, diritti dei lavoratori, licenziamento per giusta causa sono vere e proprie bestemmie in chiesa e, solo a parlarne in pubblico, nel migliore dei casi vieni tacciato di socialismo e abbandonato al tuo destino di fallito, nel peggiore (secondo me) diventi preda dei servizi segreti. Che non deve essere bello.

Ma chi ha tempo per i diritti? Non certo questa classe media, invischiata in lavori come quello che ho sperimentato io, che ha bisogno di lavorare per pagare gli esorbitanti costi americani. Non ha neppure tempo per le ferie e nemmeno per ammalarsi. Anche perché, se si ammala, senza assicurazione rischia dei conti salati da parte di cliniche e ospedali. Quindi va avanti a testa china, schivando i colpi bassi di un ambiente che, a tutti i livelli, è comptetivo e logorante all’inverosimile. Pur di diventare “lead” di qualcosa, le persone sudano e sgomitano, ostentano eccellenza anche se l’obiettivo è la consegna di un foglio excel. E non è ambizione, no. Sono quei dollari in più all’ora, è la certezza di tenersi un lavoro, è la garanzia di poter continuare a pagare l’affitto, i conti, le spese.

Questo è quello che capita negli impieghi di “medio-basso livello”. Quindi, qualcuno potrebbe dire: hai studiato poco? Non sei brllante? Cacchi tuoi, piglia quello che c’è e non lamentarti. Tuttavia penso che anche i lavori più umili, ancorché pagati meno, dovrebbero garantire il minimo sindacale, ma non diciamo questa parola (sindacale), se no sembriamo socialisti e qui il socialismo non va molto di moda, anzi…

Ad ogni modo, anche le mie amiche più pagate hanno i loro guai. Ad esempio, molte di loro raccontano di un permesso di maternità che va dalle 6 alle 8 settimane, nemmeno pagate per intero: che vuol dire dover lavorare fino a che la pancia non esplode sulla scrivania, e dover lasciare il bambino a casa con una nanny quando ancora hai più latte nel corpo che sensi di colpa nel cuore. E le ferie? Pochissime, centellinate, sudate. Ma tanto, gli americani non fanno molte vacanze: scordiamoci le 3 settimane in Sardegna, o anche solo a Riccione, scordiamoci gli auguri di Natale il 24 dicembre e quelli di buon anno il 7 gennaio, qui il tempo lo si passa al lavoro, se si vuole restare sul pezzo. Perché la macchina, per andare così veloce, deve muoversi sempre e sempre meglio.

Ora.
Io in Italia guadagnavo due lire, però avevo 32 giorni di ferie, i contributi per la pensione e la liquidazione, il servizio sanitario pubblico e, non ultima, la mensa. Ho amici che, con l’emergenza Covid, sono stati messi in cassa integrazione, con quasi tutto lo stipendio pagato, e comunque conservato fino a tempi migliori, non come qui, che nell’arco di due mesi abbiamo avuto più di 40 milioni di disoccupati. Ma quando lo racconto da queste parti, mi guardano come se fossi Lucignolo che cerca di traviare Pinocchio con la favola del Paese dei Balocchi. Qualcuno mi ha addirittura detto, sprezzante, ” E ci credo che l’Italia è in DEFAULT”. Come se l’equazione universale fosse che lo stato sociale, i diritti e la tutela dei meno fortunati facciano per forza a cazzotti con il benessere, il progresso e la ricchezza di una società.

Secondo me è vero che qui negli USA c’è tanto lavoro. Ma che tipo di lavoro è, alla fine? Forse è questa la domanda che dovremmo farci. Perché, dopo queste mie prime esperienze lavorative americane, ho come l’impressione che il ragionier Ugo Fantozzi fosse un tizio molto, ma molto fortunato. Almeno a lui pagavano i contributi.


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I ricchi

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Il quartiere in cui vivo ad Austin si chiama Westlake. Quando dite a qualcuno di Austin che vivete a Westlake dovete essere pronti a ricevere una di quelle espressioni facciali che dicono “Ahh, beh”. Sì, perché a Westlake ci vivono i ricchi. Ma i ricchi, ricchi. Prima di farvi idee strane, ci vivono anche quelli come me, che hanno scelto Westlake per poter stare nel distretto con una High School tra le migliori della città, per non dire di tutto il benedetto Texas. Infatti, con il costo dell’affitto della mia modesta casa a schiera, fuori da questo quartiere avrei potuto tranquillamente prendere una bella villa singola, con giardino e vialetto. Siccome siamo italiani, abbiamo dato priorità alla scuola, ben certi che quel genio di nostro figlio meritasse solo il top per la sua educazione scolastica. Che rimbambiti, siamo.

Westlake si trova tra stupende colline, corsi d’acqua, in mezzo al verde più verde. Le auto che si vedono tra curvoni e discese hanno portiere che si aprono ad ali gabbiano e motori silenziosi. Le donne di Westlake, quelle che incontri da Trader Joe’s con i loro carrelli pieni di cibi bio, sono barbie ginniche e in pace con il mondo, avvolte in pantajazz d’inverno, e shorts d’estate. Le case di Westlake sono belle da svenire, infatti costano milioni di dollari. Non ho mai avuto il piacere di visitarne una, ma Leo sì. I suoi amici, infatti, abitano tutti in posti così, spesso e volentieri con la madre e il suo “nuovo compagno”. Già, perché sembra che i matrimoni di Westlake (e quelli americani, in genere) abbiano una data di scadenza sotto i dieci anni…
Leo mi racconta di stanze dedicate a sala TV, con poltrone in stile cinema, altre a sala giochi, con biliardo e tavolo da ping pong, altre ancora a sala yoga, con attrezzi per la ginnastica o il pilates. Poi mi racconta di bagni grandi come la sua camera da letto, con il doccione quadrato 1 metro x 1 metro, che non viene dal muro, bensì dal soffitto (dal soffitto, mamma!).

Molti coetanei italiani di Leo, se vivessero con questo stile di vita, non si cagherebbero di striscio nessuno, prima di aver visto il 730 dei genitori. Anzi, in Italia basta indossare una cintura di Gucci per guardare il prossimo con senso di superiorità. Gli americani, invece, non badano assolutamente a quanto sei ricco. Ti accolgono in casa propria con una generosità commovente, e anche quando vengono a trovarti nella tua casetta grande quanto il loro garage, sono capaci di farti i complimenti per come l’hai arredata. Sono bonaccioni, ingenui, non hanno un briciolo di vanità in corpo, e per questo motivo li apprezzo. Si vestono come straccioni anche se hanno conti milionari, si comprano quello che vogliono non tanto per mettersi in mostra, quanto piuttosto per vivere meglio, nelle comodità e nel lusso fine a se stesso. Quindi Leo, quando si muove nelle loro casa armato di GPS per non rischiare di smarrirsi, lo fa con la serenità di essere uno di casa, e non torna mai a casa sua schiumando di rabbia perché lui non ha una piscina privata a sbalzo sulle colline, ma grato per il fatto che può viversi esperienze davvero fuori dall’ordinario. Almeno, dal nostro ordinario sicuramente.

Insomma, tutto questo per dire che qui, tra le colline di Westlake, c’è sempre il sole. La nostra scuola sforna ogni anno talenti che vanno nelle aule di Yale, Harvard e Stanford, e atleti che ritrovi ben presto sui campi dell’NFL. I test statali STAAR (una specie di INVALSI, ma più cool) evidenziano che gli studenti di Westlake hanno risultati molto più alti della media del Texas, come se qui l’intelligenza sgorgasse dai rubinetti di casa. In realtà, il motivo di questa eccellenza è che gli studenti di Westlake hanno quasi tutti un tutor personale, cioè un angelo custode che aiuta nei compiti, nei quiz, nei test e, in generale, a mettere a fuoco e approfondire i contenuti affrontati di giorno a scuola. Un angelo custode che non viene gratis, ovviamente.

Westlake, in una parola, è selettiva. Puoi far parte di questa élite solo se riesci a comprare una casa e a pagarne le esorbitanti tasse di proprietà. Solo in questo caso hai accesso a tutte le magie di Westlake, inclusa la sua prestigiosa scuola (pubblica) e la sua corsia preferenziale verso i migliori atenei americani. Di recente è stato scritto, a mio parere indebitamente, che la nostra scuola è razzista. Da uno studio di KXAN, infatti, sembra che nelle scuole texane il 12,6% degli studenti sia afroamericano, mentre a Westlake la percentuale scenda a 0,7%. Ma la nostra scuola a mio parere non è razzista e non rifiuta gli afroamericani. Io penso, piuttosto, che la nostra scuola rifiuti i poveri, in generale. Con i suoi prezzi quasi californiani, si assicura un certo tipo di presenza tra le sue colline, elitaria e irraggiungibile. E chissà quante Westlake ci sono negli Stati Uniti!

Certo, anche in Italia se vuoi andare alla Bocconi, paghi. Ma laurearti alla Bocconi non ti dà più chance di trovare lavoro rispetto a laurearti all’Università degli Studi di Milano. Di questi tempi entrambe te ne danno poche, a dire il vero, ma diciamo comunque che da noi l’istruzione alla portata di tutti è ancora un’istruzione di qualità. L’unica selezione che fanno le nostre scuole è sull’impegno, sui risultati, non certo sul conto in banca…
Siamo sempre lì, da queste parti chi viaggia sulla corsia di sorpasso è molto benestante, e in questo modo la selezione è semplice e spietata: tanti soldi, bel quartiere, buona scuola, buona università, buon lavoro, tanti soldi. E il ciclo ricomincia.

Certo, lo so. Non bisogna generalizzare e non è così che va sempre. Anche il paradiso, infatti, ha i suoi guai. Westlake o no, ad esempio, anche qui tra le verdi colline ci sono scarafaggi grossi come il mio pollice, ma a differenza dei mostri neri che capitava a volte di trovare a Milano nel locale pattumiera del mio condominio, questi sono marroni e hanno un’inquietante e agghiacciante abilità, acquisita dopo cicli di auto-mutazioni genetiche: sanno volarti addosso prima che tu riesca a emettere il tuo ultimo grido di terrore…(brivido). Insomma, anche i ricchi piangono, alla fine.

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