Io me ne andrei

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Lo so, manco da tanto. Manco anche a me, credetemi. Mi manco ma, quando mi ritrovo, mi sto sulle palle infinitamente. Ho aperto questa pagina decine di volte, cercando le parole giuste, quelle che a me di solito non mancano mai, né sulla carta, né a voce, ma non usciva mai niente di bello, nessun pensiero felice. Sono stati mesi tosti, in effetti. Butto lì dei dettagli, per dare un’idea:
– uno scatolone con dentro quattro cose dell’ufficio
– un gelido comunicato dall’HR “you are laid off”
– un’assicurazione medica d’oro persa nel giro di due settimane
– una pandemia che ha reso tutto difficile, soprattutto trovare un nuovo lavoro.

Il sogno americano ci ha portato qui, ci ha fatto vedere quanto è forte l’economia, quant’è bella la libertà, quanto vale l’uguaglianza… E nel giro di pochi mesi ci ha insegnato che si può arrivare a 40 milioni di disoccupati in uno schiocco di dita, che la gente si sente talmente libera da non riuscire a tollerare nemmeno una mascherina di stoffa sulla bocca e che ancora bisogna ammazzarsi e litigare per difendere i diritti dei neri.

Ecco che mi sento un’ingrata, per queste parole. Perché non è proprio tutto così crudele. Di lavoro, infatti, anche se dopo una lunga attesa, ce n’è stato un altro. Migliore. Inimmaginabile a casa mia. E la disoccupazione? Diciamo che sono piovuti un po’ di soldi dal governo per aiutare chi era rimasto a piedi. Ma resta un fatto. La pandemia ha tirato fuori tutte le debolezze di questo grande Paese. Mentre la curva del COVID procedeva con un ritmo tutto suo, diverso da stato a stato, mentre i negazionisti continuavano a sbandierare che il COVID è solo un raffreddore e che c’è qualcuno che vuole fotterci alla grande, la gente si arrabbiava sempre più. E si arrabbiava perché se da queste parti non lavori, come si dice…son cazzi, e posso dire di averlo in parte vissuto sulla mia pelle. Che quando sei in cucina a tagliare le zucchine, un po’ sudi freddo al pensiero che, se dovessi tagliarti un dito, forse è meglio prendere ago e filo piuttosto che andare all’Emergency Room senza la giusta assicurazione medica, persa con il lavoro perso.

Insomma, questo non è un paese per deboli di cuore. Anzi, questo non è un paese per deboli. Qui si lotta per l’eccellenza già da piccoli, e i primi test te li fanno a 5 anni, per capire se e quanto sai leggere, se e quanto sai far di conto. E quando vedo la mia piccola amica Carlotta, con i suoi boccoli castani e i suoi occhi curiosi, mi sale un groppo di tristezza per i suoi 5 anni appesantiti da una società che già dall’asilo ti spinge ad entrare in un gruppo, possibilmente il gruppo migliore, dove si legge più in fretta e si sa contare meglio. E penso ai 5 anni fatti in Italia, al mio Leo con la maestra Gigliola, le canzoni, i pennelli, le aule piccole, ma calde, i giocattoli rotti, ma bellissimi.

Come ha detto qualcuno, non importa se tu sia leone o gazzella, qui quando ti svegli sai già che devi correre, possibilmente più veloce di quello che ti sta accanto. Perché la tua vita sarà tutta una gara per entrare in quell’elite che ti permetterà, un giorno, di non dover arrancare dietro uno stipendio mediocre, un’assicurazione da ago e filo, un quartiere con scuole scadenti. E per carità, in parte va bene: se non ci fosse un po’ di competizione tutti ci appiattiremmo, non lotteremmo, non esprimeremmo mai quello che abbiamo dentro e non faremmo della nostra vita un’opera d’arte, come invece tutti dovremmo fare. Ma che dire di chi, invece, si accontenta? E che non vede la felicità nella scrivania in radica, nella poltrona in pelle umana e nelle piante di ficus, bensì nelle relazioni umane, ad esempio? Che dire di chi sta benissimo anche senza correre?

Io in Italia ne ho conosciuti tanti, di camminatori. Io, ad esempio, sono sempre stata una camminatrice. Io sono una che si accontenta, da sempre. Ho voluto laurearmi per amore dei libri e della cultura, non della carriera. Ho sempre fatto lavori che ho amato, ma pagati sempre molto poco. E con quel poco sono riuscita a comprare una casa, a non farmi mancare mai una bella vacanza, le uscite con gli amici, dei bei vestiti, spesso e volentieri in saldo. L’Italia ha posto per i camminatori, perché l’Italia non lascia indietro chi non sa o non vuole correre. In Italia, un camminatore sopravvive dignitosamente.  E qui? A me viene il dubbio che per i camminatori qui le cose siano molto più complicate.

Uno dei miei colleghi di lavoro ha appena comprato casa facendo il mutuo. E si prenderà in casa un “roommate” per poter pagare i conti a fine mese. E non è mica l’unico! Lo so, l’obiezione che mi si pùo fare è fin troppo ovvia: i nostri ragazzi in Italia stanno a casa con i genitori fino a 35 anni perché non riescono a pagarselo, un mutuo. Vero! Ma almeno non vivono con degli estranei perché con lo stipendio di medio-basso livello devono pagare costose assicurazioni mediche e tutto quello che lo Zio Sam ritiene imprescindibile nelle loro vite.

No, io non riesco più a guardarmi intorno con gli occhi a forma di cuore (anzi, a stelle e strisce) come quando sono atterrata in questo Paese. C’è qualcosa che non mi convince. Io cammino, e cammino piano, quindi ho più tempo per guardarmi intorno. E tutta questa gente che corre per non restare indietro non mi convince. Non credo ai loro sorrisi, non credo a quella felicità esibita, non credo alle staccionate bianche, ai prati tagliati con cura. Qualcuno mi dirà, alzando le spalle, che non mi piace stare qui perché mi manca la mentalità giusta, perché non sono una vincente, perché questo posto non fa per me. Qualcuno mi dirà che i miei sono i discorsi di chi non ha le palle. Che se avessi gambe veloci e fiato da vendere starei correndo, anziché lamentarmi che c’è tanta gente che non vuole, o non può correre, e che questa società dovrebbe trovare uno spazio dignitoso anche per loro. E sapete cosa risponderò a quelle persone? Che hanno ragione e che io, quasi quasi, me ne andrei…

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Covid-19

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Da un paio di settimane, ma probabilmente da molto prima, è arrivato anche in Texas. E’ arrivato insieme ai bluebonnet, che colorano di blu gli spartitraffico e le aiuole meno interessanti con i loro petali selvatici, unici. Non puoi passare senza fermarti a fotografare questi grappoli di fiori tanto rari quanto fragili, che durano pochissimo, tre settimane circa, per poi farsi attendere per un altro anno. Il Covid-19 è arrivato con loro, sì, ma sicuramente resterà più di tre settimane, e invece di spargere bellezza porterà con sè paura e morte.

Ogni mail di lavoro, ogni saluto, ogni messaggio, da un po’ di tempo terminano con la stessa frase: stay safe. E fa male vedere la vitalità della primavera, la gioia degli adolescenti durante lo spring break, la voglia di vivere di tutti noi, tutto, soffocare sotto questa nube di terrore. Perché abbiamo visto cosa può fare, questo virus. Lo vediamo ogni giorno guardando il TG di La7, lo ascoltiamo nelle parole dei nostri politici, lo viviamo tra le lacrime davanti alle storie dei nostri medici, dei nostri infermieri.

I nostri amici e i nostri genitori sono lì, murati in casa da settimane, nella paura. Persone sempre più vicine a noi si ammalano, finiscono in ospedale e qualcuno non torna a casa. E noi vediamo questa grande nube che si avvicina, che ormai è sopra le nostre teste, fuori dalle nostre porte, nella nostra aria. E quando incrociamo qualcuno per strada creiamo questa distanza, quei due metri, e poi ci guardiamo e ci diciamo “thanks”, perché ci proteggiamo a vicenda, perché potrei averlo io, o potrebbe averlo lui, o lei.

Sì, ancora qui possiamo uscire, anche solo per camminare o correre o fare tutte quelle attività che ci fanno stare bene. Possiamo farlo perché ad Austin la densità di popolazione non è come a Milano, o a New York, quindi quella distanza sociale che può salvarci la vita è più facile da avere. Quindi usciamo, cerchiamo di viverci a piccoli bocconi questa primavera beffarda che, incurante o, forse, anche più felice di prima, si appropria dei suoi spazi con i suoi colori e la sua vitalità.

Nei notiziari americani qualcuno ci prova a dire che “noi siamo più forti del virus”. Ma noi Italiani non ci crediamo, perché da lontano abbiamo visto Milano provare a dire la stessa cosa, ad alzare la testa, bella e coraggiosa, per poi inginocchiarsi di fronte a un mostro più cattivo di quanto sembrasse all’inizio. E l’unica cosa da fare di fronte a questo nemico è chiudere ogni porta e non farlo entrare, perché a volte la natura è semplicemente più forte.

Infatti, la gente qui ha paura. E quando ha paura affolla i supermercati, riempie i carrelli di cibo, di oggetti. Qui in Texas c’è stata anche una drammatica corsa ad armi e munizioni, perché il virus fa paura, sì, ma fanno più paura il disordine sociale, il caos, la mancanza di controllo. Questo è un popolo abituato a pensare che si deve difendere da solo, perché nessuno lo fa meglio, nemmeno lo Stato. Per noi Italiani è una follia, ma per loro i folli siamo noi. Ẽ un fattore culturale, c’è poco da giudicare… E ad ogni modo posso capire il motivo per cui tutti corrono a comprare munizioni ma, per quanto mi sforzi, non capirò mai perché nei supermercati sparisce la carta igienica.

Noi Italiani, comunque, l’angoscia la viviamo due volte: una, per noi, che ora ci troviamo all’inizio di questa curva che andrà sempre più su, perché sappiamo dove va e come salirà. E un’altra per loro, per le nostre famiglie che vorrebbero vederci almeno da una finestra, non dallo schermo di un cellulare. Perché vorremmo essere noi ad andare all’Esselunga con la mascherina a far la spesa per loro. Vorremmo andare noi dal medico a ritirare le ricette, in farmacia a comprare le medicine. Vorremmo avere quel chilometro o due a separarci fisicamente, non questo oceano d’acqua salata.

Sono ore tristi, che si allungano in giornate tristi, che diventano settimane tristi. Ci proviamo, a stringerci tra noi, a trasmetterci ottimismo. Ci proviamo, a tirarci su tra noi, a ricordarci che siamo vivi e che questa cosa finirà. Ma il prezzo che dovremo pagare, quando tutto finirà, sarà alto, il senso di vuoto e di solitudine ci avrà soffocato non i polmoni, ma il cuore, e le lacrime che avremo versato saranno diventate acide e secche. E, a quel punto, non ci saranno nemmeno i bluebonnet a rendere il mondo un po’ più bello e un po’ più blu.

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In quel momento

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Quando vivi lontano dal tuo Paese, e nel tuo Paese ci vive ancora la gente che ami, c’è una telefonata che non vorresti mai ricevere. E’ la telefonata che ti arriva di notte, perché lì, nel tuo Paese, magari è giorno, ma nessuno in quel momento pensa che con quella telefonata ti disturberà, perché quella telefonata va fatta assolutamente, ora, subito.
E’ un incubo, per noi espatriati.
E’ il rovescio pesantissimo di una pesantissima medaglia.

Ci pensavo in questi giorni, perché mio papà è in ospedale. Non è in pericolo di vita, per fortuna, ma ci è andato vicino, tant’è che quella notte, mentre mia mamma chiamava l’ambulanza, lui le ha sussurrato “Vera, mi sa che è il momento”. Uno scompenso cardiaco forte, i polmoni che si riempiono d’acqua, la paura di non sentire più l’aria a darti la vita.
Mi sa che è il momento, ha detto mio papà.
Perché non è la prima volta che gli succede, e lui sa che potrebbe anche essere così che se ne andrà, con il respiro che manca, il terrore di sentire la vita che scivola via, mentre mia mamma chiama l’ambulanza.

E io sono qui, dall’altra parte dell’oceano Atlantico, a inseguire il Sogno Americano. Io, con il mio badge nuovo nuovo, la mia faccia che sorride, il mio nome scritto sopra. Io, con la mia casa che dà sui boschi, la mia macchina nuova, il tennis, la piscina, la palestra. Nel momento in cui mio papà e mia mamma avevano più paura, io non c’ero, e molto verosimilmente non ci sarò quando il momento sarà proprio l’ultimo.

E pensare che, di momenti importanti, mio papà ne ha vissuti tanti con me. Partendo dal cambio dei pannolini al biberon, dalle attese davanti alla scuola al portarmi la cartella tornando a casa, dal diploma alla laurea, e di nuovo con i pannolini e i biberon di Leo. Nei miei momenti importanti, belli o brutti che fossero, mio papà c’è sempre stato. Con quella sua leggerezza unica, quel suo non incazzarsi mai, quella sua parlata sarda piena di doppie fuori posto, mio papà mi ha sempre dato la mano.
Mio papà, ancora oggi che ho quarantacinque anni, mi chiama “la bimba”. Scommetto che in ospedale, con la mascherina dell’ossigeno, avrà detto a mia mamma “non dirlo alla bimba”. Non dirglielo, perché tanto la fai preoccupare per niente. Non dirglielo, perché tanto mi passa. Non dirglielo, perché tanto non farebbe in tempo a tornare.

Mio papà, quando gli ho detto che ci saremmo trasferiti in Texas, era felice, ma felice davvero. Mi ha vista un po’ come lui, quando ha lasciato la sua Sardegna per venire su al Nord. Mi ha detto che loro la vita l’hanno vissuta, e che noi abbiamo il diritto di vivere la nostra. Eppure l’altra notte, quando pensava che fosse il suo momento, sicuramente ha pensato a me e a suo nipote, lontani. La sua bimba (io) e il bimbo (Leo).

In Italia, per la mia generazione, è stato un po’ così: i nostri genitori ci hanno cresciuto, ci hanno pagato gli studi (chi ha potuto), ci hanno aiutato nella ricerca del lavoro, hanno pagato il matrimonio, poi hanno contribuito all’acquisto della casa e, quando sono diventati nonni, hanno fatto quello che hanno fatto con noi, solo che erano un po’ più vecchi e molto, molto più pazienti. Con i loro pregi e i loro difetti, imperfetti come solo noi uomini e donne sappiamo essere, comunque c’erano. A modo loro, hanno dato tutto.

E se penso a un rapporto equilibrato tra genitori e figli, penso che arriva un momento, nella vita dei figli, in cui bisogna restituire qualcosa a chi ha fatto tanto per noi. Ma per noi figli espatriati, questo credito sembra restare insoluto. In realtà si tratta di un credito che non è un vero credito, perché i genitori di un figlio espatriato non si aspettano niente, se non la sua felicità e il suo successo. Ma i miei sentimenti in questo momento sono contrastanti, combattuti. Perché in realtà penso che il mio posto in questo momento sia accanto a mia mamma e a mio papà. Penso che quando tuo papà dice a tua mamma “Mi sa che è il momento”, ecco, in quel momento lì dovrebbero esserci anche i suoi figli. Perché nessun genitore dovrebbe essere senza i suoi figli accanto, nel momento in cui ha paura di morire.

Tutti noi espatriati abbiamo in un fondo del nostro cuore un pensiero che dice più o meno “se succede qualcosa a casa, non faccio neanche in tempo a salutarli e a vederli vivi”, perché la vita non aspetta, fa il suo corso senza tenere conto di chi deve acquistare un biglietto aereo per il giorno dopo, fare uno scalo, attendere disperato in un aeroporto straniero, prendere un altro volo e atterrare a casa dopo almeno un giorno. Tutti noi espatriati viviamo il senso di colpa di sapere che c’è un fratello o una sorella, a casa, a cui sono affidate tutte le responsabilità nei riguardi dei genitori. Tutti noi espatriati sappiamo anche che, con il nostro esempio, ci stiamo preparando a una vecchiaia di solitudine, perché molto probabilmente anche i nostri figli prenderanno la strada che abbiamo preso noi, lontano da casa, da mamma e papà.

Il sentimento ambivalente che provo è che se penso a Leo, libero e indipendente, non legato ai sensi di colpa, proiettato verso il suo futuro, sono felice per lui. Ma allo stesso modo, se penso alla classica famiglia italiana, a quel senso reciproco di cura e di responsabilità che si tramanda di genitori in figli, qualcosa nel mio cuore si incrina. Perché parlare con i nonni via Skype è diverso dal bere un the con loro il pomeriggio, solo perché tornando a casa da scuola o dalla pizzata con gli amici ti accorgi che stai passando sotto casa loro e decidi di citofonare.
Perché quelle telefonate che all’inizio sono un “mamma, mi senti? ti sento, ma non ti vedo! ti vedo, ma non ti sento!” è diverso dal sedersi sul divano con lei a chiacchierare, a guardare il telegiornale insieme.

Perché i momenti in cui i genitori hanno bisogno e tu sei lì ad aiutarli, è come se quel cerchio magico che è iniziato con il tuo primo strillo in ospedale, si chiudesse. E’ come se qualcosa di molto simile al “senso della vita” acquistasse finalmente un minimo di significato. Al contrario, quando quel cerchio resta aperto, la sensazione di incompletezza si fa forte e una sola domanda inizia a risuonarti nel cervello: “cosa ci faccio qui?”.

 

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Quello che cambia, quello che resta

macro shot photography of chameleon

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Parlando di americanizzarsi e di acquisire nuove abitudini, vorrei fermarmi un attimo a pensare se anche io, gnucca come come sono, ho abbandonato un po’ del mio vecchio stile di vita per abbracciare un po’ di american style. Devo dire che in certe cose mi sono istintivamente avvicinata al nuovo mondo, e ora con orgoglio sfoggio alcuni tratti distintivi dell’americano medio…

I vestiti

Non c’è da vantarsi di questo, ma ormai per la gran parte della giornata mi vesto all’americana. Soprattutto al mattino, quando porto Leo a scuola, il mio look è praticamente lo stesso che sfoggio durante la notte: pantaloni del pigiama a quadrettoni, t shirt, Ugg’s quando fa freddo, infradito quando fa caldo e mollettone nei capelli. Le altre mamme davanti alla scuola hanno il mio stesso allure, con tanto di sbadiglio in canna e il piede sull’acceleratore, pronte per tornare a casa per togliere almeno i pantaloni del pigiama (il mollettone può anche rimanere).
La cosa bella di qui, infatti, è che a nessuno gliene importa niente di come sei vestito. Noi italiani siamo super attenti al dettaglio, all’accessorio, alla scarpa, alla cintura, alla rava e alla fava. Qui, invece, l’importante è come sei dentro. Certo, se ti vesti un po’ ricercato lo notano anche loro. E se sei italiano, per diritto divino ti fanno i complimenti per il look, non importa se hai su la roba del mercato comprata nel 2002, sei sempre più figo ed elegante di loro…

La gentilezza

Io ormai saluto tutti e ovunque. Scambio frasi di circostanza con chiunque, rido e scherzo, auguro una buona giornata anche ai cani. Adoro la gentilezza americana e ormai ne sono dipendente. Quando torno in Italia, mi offendo se l’autista dello shuttle Malpensa non mi saluta, se il cassiere non mi chiede come sta andando la mia giornata e perfino se il passante di turno non mi fa un complimento per la mia borsa o per le mie scarpe. Ho scoperto che essere gentili migliora la qualità della vita di chiunque.  Non è sempre stato così perché mi sembravano tutti ipocriti. Invece ho realizzato col tempo che un sorriso, o un buongiorno, o anche l’interazione di qualche secondo, hanno davvero un effetto positivo sull’umore e sull’approccio alla vita. Ora lo faccio anche io, cerco di diffondere polvere di buonumore alla Pollon e restituisco tutta la gentilezza che ricevo. Il problema è che lo faccio anche quando torno in Italia, ma lì ancora non sono pronti: mi guardano con sospetto, si stringono al corpo la borsa, si guardano intorno per vedere se qualcuno è nelle vicinanze per intervenire in caso li aggredisca. Insomma, è un mondo difficile.

Al volante

Bellissimo. In Italia guidavo semplicemente molto male, qui posso dire che guido all’americana. Sono distratta, cambio corsia senza mettere la freccia, corro veloce senza motivo e rallento senza ragione, mi addormento al rosso del semaforo e attraverso la striscia continua con sprezzo del pericolo. Insomma, sono un pericolo pubblico, ma sono in buona compagnia. Qui siamo un po’ tutti così leggeri, all’acqua di rose, ma siccome lo sappiamo bene, siamo anche estremamente gentili e comprensivi con chi fa le nostre stesse minchiate. Quindi siamo i maestri del “prima tu, prego”, non suoniamo il clacson neanche di fronte a quello che viene in contromano, se vediamo un pedone a dieci metri dalle strisce pedonali inchiodiamo senza pietà e salutiamo il pedone, che a sua volta si affretta per non farci perdere troppo tempo e continua a ringraziarci attraversando la strada. Tutti in Texas hanno macchine piuttosto grosse e impegnative, e ovviamente hanno altrettanto grossi e impegnativi problemi a guidarle. Io non faccio eccezione, con la mia Jeep Compass. Abituata com’ero alla Citroen C3 a forma di coccinella, qui mi sembra di guidare un rinoceronte. Ma non è colpa della Jeep. Come ho detto, a guidare ero terribile anche a Milano.
Una brutta abitudine che ho acquisito qui è quella di tenere il motore acceso anche nei parcheggi, anche un quarto d’ora, specialmente quando fuori fa troppo freddo oppure troppo caldo, il che in Texas succede undici mesi all’anno. All’inizio ero sdegnata nel vedere le file di auto davanti alla scuola di Leo, con tutte le mamme rinchiuse nelle auto e i tubi di scappamento fumanti. Ho provato a diffondere buone prassi di sostenibilità ambientale spengnendo la mia, uscendo e aspettando con aria di sfida appoggiata al cofano, ma dopo novanta secondi di caldo texano (o altrettanti di freddo texano) mi sono arresa. Ora anche io inquino, all’americana, con l’assurda illusione che i cambiamenti climatici siano un falso mito.

Le quantità

Everything is bigger in Texas. Quindi mi sono adeguata e compro anche io pacchetti di patatine grandi come cuscini di un letto king (non esagero), confezioni di brodo granulare per fare minestrine fino al 2030 e costine di maiale fatto accoppiare con un brontosauro direttamente nel Jurassic Park.
Insomma, ora capisco perché gli americani hanno stanze che diventano veri e propri magazzini pieni di provviste alimentari. Tutto è così enorme, che non può essere stipato nei comuni mobili della cucina.
Mi piacerebbe tanto vedere un texano seduto da Cracco, davanti a uno di quei bei piattoni larghi e bianchi e al centro una tartare di tonno grande come un gettone, una micro foglia di basilico e la solita lacrima di salsa di lato, spalmata che neanche Monet ne sarebbe capace. Quasi riesco a sentire il rumore delle posate che cadono per terra, la tartare lanciata in aria come un piattello e il colpo di fucile che manda il tutto in mille coriandoli.
No, qui in Texas con le quantità non si scherza, nessuno vuole assaggiare e tutti vogliono abbuffarsi seriamente. Quindi, io mi trovo benissimo davanti alle bistecche alte e succose, agli hamburger larghi come la mia faccia, ai taco che sembrano le vele di una barca e ai nachos infiniti, filanti, piccanti, quel tipo di antipasto che da solo varrebbe una cena, e invece no, è un antipasto. Dio benedica il Texas.

Il curriculum

In Italia, l’unica volta che ho scritto il mio curriculum è stato nel 1993, appena diplomata e, una volta trovato lavoro, non l’ho più toccato. Qui, invece, lo aggiorno ogni settimana, lo miglioro, cambio il formato, lo rendo accattivante. Perché qui la ricerca di un lavoro è una cosa serissima, anche se il lavoro ce l’hai già. Gli americani preferiscono cazzeggiare su Linkedin che su Facebook e piuttosto che alle amicizie sono interessati alle connessioni, ai legami con potenziali recruiter, cacciatori di teste, gente in alto che può trovare interessanti le informazioni sul tuo profilo.
Non c’è mai pace, e anche io mi sto adeguando. Pur avendo un lavoro, ne cerco subito uno nuovo, pagato meglio, o con più benefit, o con un orario più flessibile. Verrò fagocitata del tutto in questa mentalità, o resterò sempre e comunque quella del “posto fisso”, quella che ha ancora il suo piano di riserva e che sogna, un giorno, di tornare al suo vecchio lavoro? C’è da dire che regina della macchinetta del caffè lo ero in Italia e lo sono anche qui. Con l’aggiunta che, con il mio accento italiano, forse faccio più ridere qui.

In pratica, mi rendo conto con una certa soddisfazione di assorbire piccole nuove abitudini e nuovi stili di vita. Ma con altrettanta soddisfazione  mi accorgo di mantenere anche le mie radici.
Ad esempio non darò mai un appuntamento a una persona “tra un mese”, come fanno qui, perché se ho voglia di vedere qualcuno non ho bisogno di programmarmi l’incontro così lontano nel tempo, lo vedo e basta.
Non lascerò mai tutte le luci di casa accese, le pale che girano alla velocità del motore di un Boeing e l’aria condizionata a quindici gradi. E continuerò a chiudere il rubinetto dell’acqua mentre mi lavo i denti, perché l’acqua non si spreca, e nonostante qui sia pieno di deserti, la gente sembra non ricordarselo…
Non importa quanti soldi entrano in casa a fine mese, comprerò sempre e solo il necessario, più qualche piccolo sfizio, senza tuffarmi a pesce nelle spese folli e nel superfluo, perché non mi va di sfidare la sorte e so bene che da queste parti la fortuna gira più velocemente che in altri posti del mondo.
Non canterò mai le lodi del sistema sanitario americano, come alcuni miei amici fanno. Continuerò, invece a credere che non c’è qualità o eccellenza che tenga, se la salute non è un bene di tutti, non c’è civiltà. Meglio i nostri vecchi ospedali e le nostre liste d’attesa. Meglio la sanità pubblica. Punto.

Insomma, trasferirsi e viaggiare è anche e soprattutto crescere, scoprire nuovi sè. Mi sento fortunata a fare questa esperienza e capisco che per Leo, in una fase di crescita così delicata, vivere con il cuore e la mente divisi su due mondi è ancora più importante. Mi rendo conto ogni giorno del regalo che gli abbiamo fatto, e anche se oggi non capisce una cippa di niente e pensa solo a quell’unica cosa alla quale penserà per i prossimi quarant’anni, mi auguro proprio che un giorno arriverà a capire anche quanto è fortunato. In lui, soprattutto, io vedo tanta America e tanta Italia, e finché riuscirà a mantenere vive entrambe queste identità sarà incredibilmente ricco. Per ora, appunto, spinge l’acceleratore sull’italianità soprattutto per rimorchiare. Ma tant’è. Lasciamolo divertire, finché dura.

 

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Americaliani

bandiera

Quelli che stanno veramente bene qui, secondo me sono loro: gli americaliani. Hanno un cognome italiano, il doppio passaporto, lo stipendio americano e i sogni ben riposti in un cassetto in Italia.
Si godono la gentilezza e la buona educazione a stelle e strisce, ma sono capaci di freddarti con una sprezzante battuta sapientemente tradotta dal più feroce dei dialetti.
Guadagnano dollari, ma mettono via e accumulano euro, ché nella vita non si sa mai.
Amano gli americani, sono amichevoli con tutti, ma se c’è la voglia di una bella cena, di un buon vino e di qualche autentica risata, la compagnia che scelgono per condividere la tavola è rigorosamente tricolore.
Dulcis in fundo, lavorano e producono decisamente all’americana, vale a dire con rigore, puntualità e massimo rispetto, ma nel contempo riescono a mettere in atto quella spregiudicata creatività e quella – come dire – faccia da culo, che noi italiani siamo maestri nell’indossare ma che, all’interno dei nostri confini, non ci rende affatto speciali, anzi.

Io amo gli italiani che ho conosciuto qui e che si sono americanizzati, perché l’hanno fatto nel miglior modo possibile, vale a dire prendendo il meglio da questo grande Paese e mantenendo intatto quel non so che di speciale che abbiamo noi, gente dello stivale. Chi viene qui dall’Italia, se è intelligente, può solo migliorarsi, arricchirsi, ampliare vedute e pensiero. L’italiano medio, infatti, è furbo. Non parlo dei furbetti, parlo proprio di quella miscela equilibrata di buon senso e cinismo, pragmaticità e spirito di osservazione, che si traduce nel “sapersela cavare sempre”. Venendo qui, dove i confini sono chiari, le regole scritte nella pietra, il bianco è solo bianco e il nero è solo nero, l’italiano medio tira un sospiro di sollievo e pensa che la vita qui è proprio semplice.

E, per certi versi, lo è davvero. Gli americaliani, infatti, hanno un ottimo lavoro e anche un paracadute nel caso le cose non funzionino. Non vivono le ansie dell’assistenza medica privata e traditrice, perché alla mal parata sanno di poter tornare in Italia, dove lo Stato cura ricchi e poveri (quasi) senza distinzione.
Gli americaliani non si indebitano con cinque o sei carte di credito e mutui faraonici, non comprano un barbecue ogni sei mesi e non spendono migliaia di dollari in decorazioni per la casa ad ogni festività, perché non conoscono ancora il sogno americano, cioè quell’idea di arricchirti quasi senza fatica, ma conoscono il valore del lavoro, che anche se ben remunerato è comunque lavoro, quindi fatica e sacrificio. Per questo motivo apprezzano anche le vacanze (non come gli americani, che fanno pochi giorni all’anno) e non si negano mai la bellezza di tre belle settimane al mare, o in Italia, oppure on the road nelle meravigliose strade degli USA.

Gli americaliani hanno ottime conoscenze locali e sicuramente se devono andare a un festa, vanno dagli americani: ville con piscina, abiti eleganti, atmosfere a metà strada tra Dynasty e Beautiful, viste mozzafiato sulla Downtown. Ma se cercano amici, lo fanno nella semplice e caciarona comunità italiana. Se hai voglia di profondità, infatti, se ti va di metterti a nudo, di parlare del senso della vita o di come da bambino ti sentissi sempre un po’ fuori posto, meglio non farlo tra gli americani, perché è altissimo il rischio di metterli in imbarazzo e perderli per sempre. Gli americaliani lo sanno, quindi con i cugini a stelle e strisce parlano di vino e di Firenze, di lavoro e di quel lontano viaggio in Messico, di crociere e di cibo.
Mai discutere di sesso, soldi e politica con un americano, infatti, mi ha suggerito un amico quando sono arrivata in Texas. E cosa rimane da dirsi, ho pensato…

Per questo gli americaliani, se vogliono darci dentro con discorsi veri, che possono anche portare a far volare gli stracci, organizza una bella pizzata in qualche finto ristorante italiano o, meglio ancora, a casa di qualcuno, meglio ancora se sa cucinare la pizza. E’ vero, il rischio lite se hai amici italiani cresce esponenzialmente, perché noi italiani in genere siamo passionali, ci mettiamo in gioco, non siamo per niente diplomatici, diciamo la nostra anche quando sarebbe più saggio tacere e riempirsi la bocca con un pezzo di pane. Ma l’amicizia è anche questo, no? In amicizia a volte non ci si capisce, si fraintende, ci si sente traditi, ci si allontana e poi ci si ritrova e ci si vuole ancora più bene di prima. Tutto questo l’americaliano lo sa, e sa che ne vale la pena rischiare, mettere il cuore sul tavolo, innamorarsi di nuovi amici. Ben vengano, quindi, i party con gli americani simpatici, gli abbracci freddi, i “good to see you” che non hanno nessun fondamento, il divertimento un po’ formale e fine a se stesso, se però il tutto è intervallato da serate vere, incontri veri, chiacchiere vere.

Gli americaliani, quindi, ai miei occhi sono semi-dei, creature perfette, yin e yang. Vorrei poter scrivere che anche io sono un po’ americaliana, o che sono sulla via per diventarlo, come i miei amici trapiantati in Texas. Mi tradirei, se dicessi di esserlo. E lo ammetto con un certo rimpianto, perché ammiro profondamente chi è stato così capace di adattarsi, di piantare le sue radici nel terreno più arido e di trovare nutrimento e crescita. Invidio e stimo i miei amici americaliani, li osservo, li studio, gli chiedo come hanno fatto e cerco di imitare le loro strategie di adattamento. Ma forse c’è chi nasce stella alpina, e riesce a fiorire anche in mezzo a quattro rocce, ghiaccio e vento, e chi nasce geranio, e può crescere solo su un balcone, in un vaso, se qualcuno non si dimentica di dargli l’acqua, se non arriva la grandine e se non si fanno vivi quei vermi odiosi che poi si mangiano tutte le foglie. Ecco, ad oggi io mi vedo più come un geranio, ma non siate tristi per me. Ho anche io il mio bel perché…

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Speak as you eat

chef cooking food kitchen

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Fare la spesa in Texas, ovvero riuscire ad arrivare alla cassa evitando:
frutta coloratissima, ma totalmente insapore
verdura che non va a male nemmeno se la ignori per settimane nell’angolo più remoto del frigorifero
carne venuta su a ormoni e additivi di dubbia origine
– cibi con l’aspetto di un cubo perfetto che, in 3 minuti di microonde, diventano un arrosto, o un pollo allo spiedo, o un piatto di noodles, o delle tagliatelle al sugo di pesce.

Ci abbiamo messo un po’, a trovare il supermercato perfetto. Abbiamo iniziato studiando le corsie modeste di Walmart, con la sua umanità un po’ malandata, che ci ha ricordato la LIDL o l’IN’s di periferia. Poi ci siamo fatti venire i brividi da Whole Foods e Central Market, dove abbiamo potuto regalarci collier di scaglie di grana e foulard in culatello. Poi è stata la volta di Costco, dove entri per comprare quattro cose e in effetti ne compri quattro, ma sono confezioni da centocinquanta pezzi l’una, quindi alla fine quando leggi lo scontrino non capisci come hai fatto a spendere 300 dollari, ma tant’è, li hai spesi.

Alla fine abbiamo trovato il posto perfetto per noi, la nostra Esselunga. Si chiama H-E-B (eich i bi, ma noi ci ostiniamo a chiamarla acca e bi) ed è il paradiso tutto texano di chi vuole mangiare biologico senza spendere una fortuna. Sì, è vero, la mozzarella ha il sapore e la consistenza della gomma per cancellare e i pomodori sono tanto belli quanto “leggeri”, quindi la mia caprese praticamente sa solo di origano, ma alla vista non posso lamentarmi. E se è vero che iniziamo a mangiare con gli occhi, diciamo pure che da queste parti inizi dagli occhi e con gli occhi finisci.

Ma dicevo che H-E-B per noi è un giusto compromesso di sapori e di costi, quindi non posso sempre lamentarmi. Tra l’altro, ho recentemente scoperto il prosciutto crudo tagliato a fette sottili sottili che si sciolgono in bocca e che costano praticamente come a casa. Assaggiandolo, mi sono sentita come Anton Ego quando mette in bocca la ratatouille cucinata da Remy…
Ma forse una spiegazione per questi prezzi popolari c’è. Da queste parti, infatti, gli insaccati non vanno a ruba, perché il Texano medio non apprezza la semplicità di una michetta con la mortadella, preferendo senza pensarci i tacos farciti di carne, peperoni, cipolle, fagioli e un arcobaleno di sapori da anestetizzare per settimane qualsiasi palato.
A riprova del fatto che gli insaccati qui non vengono capiti, mi è capitato di assaggiare in un ristorante italiano del luogo, un panino farcito con salame, capocollo, soppressata, mortadella e prosciutto. Tutti insieme, uno sopra l’altro, intervallati solo da qualche sfortunata foglia di lattuga e da parentesi bianche e rosse di provolone e pomodoro. Ovviamente, quando metti in bocca l’ultimo boccone ti chiedi cosa hai appena mangiato. Ma sei bello sazio, e questa per molti è già una risposta.

La carne, però, da queste parti non si batte. Sempre stando attenti alla giusta etichetta, che ti salva da additivi e ormoni, qui trovi tagli saporiti e in quantità come piacciono a me, venuta su a piatti fondi e “mangia, che sei magra magra”. Io a volte la cucino all’italiana, quindi leggera, aggiungendo gli odori che mi piacciono di più, come il rosmarino e la salvia, aggiungendo poi solo un filo d’olio extravergine a crudo. A volte, però, quando mi prende la bestia, prendo quel metro di costine di maiale, le inzuppo di senape e ketchup e poi le metto in forno aspettando che il calore faccia il resto. E con questa ammissione so che perderò qualche amico italiano…

Qui in Texas, parafrasando (e reinterpretando) Christian Grey, non si mangia: ci si abbuffa. Forte. E io sto al passo, ovviamente. Il mio frigorifero è pieno di salse che in Italia non avrei nemmeno degnato di uno sguardo, e perfino mangiarsi un sacchetto di patatine davanti a un film è diventato “preparo dei nachos con il formaggio e gli jalapenos”. A colazione spesso beviamo il Frappuccino, cioè un cappuccino freddo messo in un bicchiere grande quanto un boccale di birra, su cui adagiamo una nuvola di panna montata e un rivolo di cioccolato liquido.

Anche Leo non è da meno, e la sua merenda preferita ormai è il panino con il burro d’arachidi e la marmellata, la colazione dei campioni (di cattivo gusto), nonché un terrificante pappone alla cannella da scaldare al microonde a cui lui aggiunge cucchiaiate di burro d’arachidi (ancora) e pezzi di banana.

Risultato? Io ho almeno cinque chili in più e certe mattine non riesco nemmeno a vedermi le orecchie… Mi sa che la tisana sgonfiante non funziona.

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A winter wonderland?

l nostro terzo Natale americano  è arrivato, e quest’anno la discussione è stata piuttosto accesa. Per i primi due non c’è stata partita, in Italia diretti, dal 23 dicembre al 7 gennaio. I biglietti costano sempre uno sproposito, ma su certi temi qui a casa nostra non si bada a spese. Quest’anno, invece, c’è stato dibattito. Non solo tra noi tre, ma anche interiormente, ciascuno con il suo sè, perché il richiamo delle feste si è fatto sentire anche qui.

Innanzitutto il Natale negli Stati Uniti, come forse anche nel resto del mondo animato dal consumismo, inizia a corteggiarti e a gettarti addosso polvere di spirito nataloso già a fine settembre. Il grande magazzino Costco, gigante, ingombrante, esagerato come solo lui sa essere, pianta giù i suoi alberi quando la temperatura da queste parti è ancora sopra i 30 gradi (Celsius). Da lì in avanti è una vera e propria gara a chi sfoggia più luci, appende più palle, attacca più stelle. La competizione si accende (in senso letterale) in tutti i quartieri cittadini e merita una gita turistica. Noi la facciamo, giuro: la sera, all’imbrunire, prendiamo l’auto e andiamo ad ammirare le decorazioni natalizie del vicinato. Quest’anno il premio va a questi signori qui…

casa_natale

Cambiamo genere e parliamo di musica. Da qualche settimana, la mia stazione preferita ha smesso di trasmettere pezzi normali e ha attaccato con una non-stop di stornelli natalizi, e ogni volta che sono in macchina mi partono in testa spezzoni di film, da Harry ti presento Sally a Mamma ho perso l’aereo passando per Jack Frost. Tutto il mio corpo vibra di spirito natalizio, insomma, nonostante il caldo, il sole e l’autunno estivo texano.
Manca il profumo delle castagne, dei camini accesi, manca la nebbiolina la sera, ma qui in Texas è Natale ormai da tempo. La campanella del Black Friday a fine novembre, poi, ti ricorda che è tempo di regali, quindi se anche fossi una di quelle persone che sotto Natale si nasconderebbe in una grotta per uscirne il 7 gennaio, non hai scampo.

Io ho provato a farmi coinvolgere dalla febbre del Black Friday, e l’anno scorso sono andata al centro commerciale di San Marcos, uno dei più grandi d’America. Onestamente ho trovato solo stranieri: sudamericani, asiatici, qualche europeo. Gli americani forse erano tutti su Amazon, quindi quest’anno ho celebrato il Black Friday anche io in pigiama, a casa, acquistando on line. Soldi risparmiati? Nessuno, credo. Al contrario, ho sicuramente speso più di quanto possa permettermi, in perfetto american style. In questo devo dire che mi sono abituata subito, perché non c’è nulla di più appagante, per le mie compulsioni, di spendere anche i soldi che non ho ma che, ottimisticamente, penso che arriveranno un giorno…

A ricordarci che Santa Claus is coming to town, anche qui sono partite le cene per “farsi gli auguri”. Più che altro vanno molto di moda le feste aziendali, quelle lustrini, champagne e foto ricordo, dove tutti sorridono alla vita (e al premio di produzione di fine anno). Non sono il mio genere, perché io preferisco le cene in casa, tra amici. Ma quali amici? Ecco, negli Stati Uniti ci sono due tipi di Italiani: quelli che evitano accuratamente di mischiarsi con i connazionali, e quelli (come me) che frequentano quasi esclusivamente connazionali. Io mi sento proprio come nelle comunità cinesi di Milano, chiuse, intime, ultra-gelose della propria clausura, ultra-conservatrici delle proprie tradizioni. E pensare che un mio commento tipico, quando vivevo in Italia, era proprio “ma come mai i cinesi non si integrano?”.  E oggi sono qui, che guardo il TG di Mentana tutte le sere e che considero una cena pre-natalizia solo se ha: prosciutti e formaggi, prosecco, lasagne, arrosti e, ovviamente, panettone, con e senza uvetta, per i più pignoli.

Nell’era social, non c’è Natale senza Facebook. Ogni giorno i miei amici postano piazza del Duomo a Milano, via Dante, il Castello, tutti rigorosamente illuminati a giorno. A guardare quelle foto mi vengono in mente le passeggiate in centro, con il cappotto e i guanti, la cioccolata calda e le risate, i gossip e le riflessioni sul futuro. Rivedo le foto davanti all’albero di Natale, i sorrisi delle mie amiche, le borse rigorosamente tenute sul davanti, strette tra le mani e chiuse, perché se in piazza Duomo tieni la borsa dietro di te guardando le guglie e le luci, sei proprio un dilettante e meriti che ti freghino il portafogli. E anche il telefono.
Qui ad Austin  non ci sono piazze, proprio no. Però gli alberi di Natale ci sono e, incredibile, puoi passeggiare tra le luci incurante di dove tieni la borsa. Parlando di alberi, dato che “everything is bigger in Texas”

NataleAustin

Atmosfera a parte, il Natale per me è soprattutto ritrovare la famiglia. I cugini, gli zii, gli amici più cari e, soprattutto, i nonni. Quelli che regalano “la busta” ai nipoti, mentre noi genitori protestiamo sempre perché son troppi soldi. Quelli che hanno sempre in casa tutto quello che ti piace (beh, i miei no, ma di solito i genitori/nonni sono così). Quelli che, quando apri la loro porta, li riconosci dall’odore di buono, l’odore di casa. Per noi gente che vive all’estero, la famiglia è quella che ad ogni Natale diventa un po’ più vecchia, perché anche se ti vedi su Skype non è mai come vedersi di persona, contare quelle rughe dal vivo, constatare che i movimenti forse si fanno un po’ più lenti e meno fluidi. La famiglia per noi è quella cosa che ti ricorda che vivere in America è una gran fortuna, sì, ma anche un gran dolore proprio al centro del petto.

Per questo motivo, anche se con un paio di giorni di ritardo, nonostante gli alberi più grandi e le canzoni più belle, le vacanze natalizie anche quest’anno si fanno in Italia.
Dibattito o no, il Natale, quando arriva arriva.

E Merry Christmas y’all!

 

 

 

 

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Bittersweet symphony

people woman art hand

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Il mio rapporto con la vita negli Stati Uniti è proprio così: dolce-amaro. Da quando sono arrivata qui, due anni ormai, oscillo tra l’amore e l’odio da un giorno all’altro. Oddio, forse odio è un po’ troppo…e forse anche amore è un po’ troppo. Ma di fatto i miei sentimenti verso la mia vita texana sono un po’ così, un contrasto di sapori, un su e giù che non mi stanca mai.

Ad esempio….

Amo la gentilezza della gente e ormai non ne posso fare a meno. Qui le persone ti sorridono e ti salutano, parlano con te al supermercato, ti chiedono come cucinerai quello che hai nel carrello, ti riempiono di complimenti, hanno sempre una parola buona. Quando torno in Italia e cerco di fare lo stesso, sorridendo o salutando gli sconosciuti, ricevo sguardi impauriti, a volte di disappunto, sicuramente pensano che di lì a breve cercherò di derubarli.
Per contro, odio quella sensazione un po’ di “finteria” che questa gentilezza si porta dietro. Insomma, è vero, che ti salutano e sono carini. E’ vero che ti danno il loro numero di telefono e ti dicono che presto ti inviteranno a cena. E’ vero che, una volta entrati un po’ in confidenza, ti giurano amicizia eterna e ti scrivono bigliettini di ringraziamento anche se gli regali un po’ di zucchero. Ma è anche vero che hanno la tendenza a sparire per mesi senza farsi trovare. E tu fai anche gli agguati vicino alla pattumiera, perché prima o poi dovranno buttare qualche bottiglia di plastica, ma non li vedi e non li incontri mai. Quando li ritrovi, un giorno per caso, sono di nuovo giuramenti di eterno amore, tu ci caschi di nuovo e il ciclo ricomincia, bottiglie di plastica comprese.

Amo le grandi opportunità che questo Paese regala a tutti, in modo democratico e incondizionato. Amo il fatto che non conta quanti anni hai, se sei bello o brutto, se hai esperienza o no, se sei titolato o meno, un lavoro lo trovi comunque. Amo la meritocrazia senza se e senza ma, senza clientele o favoritismi, perché l’impegno da queste parti viene sempre premiato, indipendentemente dal tuo cognome.
Per contro, odio il modo in cui avere un lavoro si trasformi in una corsa alla ricchezza, agli aumenti, ai premi. Non mi piace la competizione che si crea in questo sistema perfetto, non mi piace che non ci si ferma mai, non si è mai paghi, mai soddisfatti, perché c’è sempre qualcosa che può essere fatto per migliorarsi. O per migliorare lo stipendio.

Amo il rispetto per le regole. Amo il rigore americano, l’integrità e l’onestà che viene insegnata da bambini, perché fregare il prossimo significa fregare se stessi. Amo questa cecità di fronte alle regole: se una cosa non si può fare, non si fa, non ci si chiede nemmeno perché. Una società che funziona ha bisogno di questo, di regole certe, di sicurezze, ha bisogno che i buoni siano da una parte e i cattivi dall’altra. Una società che funziona si basa sulla fiducia nel prossimo, sulla prevedibilità delle loro azioni, sul fatto che tutti paghino le tasse, stiano in fila, parcheggino nelle linee, non fottano il sistema. Per contro, non capisco come si possa amare il sistema “società” in questo modo e fregarsene bellamente del sistema “pianeta Terra”, consumando energia e risorse come se la nostra generazione fosse l’ultima. Non capisco a cosa servano le luci accese in ogni stanza, fontane nelle piscine che zampillano 24 ore al giorno per 365 giorni all’anno, 15 gradi in casa quando fuori ce ne sono 40 e 27 quando fuori ce ne sono 2. Non capisco come mai non si investa sui trasporti pubblici, ma ci si ostini ad avere due o tre  macchine a famiglia con motori da formula uno.

Amo la bontá americana, la dolcezza che sembra stampata nel DNA di questa gente, l’apertura e l’accoglienza di questo popolo che fa della diversitá la sua carta vincente. Oggi piú che mai sono convinta che gli Stati Uniti non sarebbero quello che sono se non fossero una commistione di razze e di culture, di accenti e di pensieri. Muri e visti a parte, questo Paese conosce davvero la parola accoglienza, e lo vedi per la strada, negli uffici, al supermercato, nelle scuole. L’America, insomma, ha un cuore grande, in cui c’è posto per tutti. Peró mi chiedo come possa tutto questo coesistere in un sistema in cui la salute e la malattia sono affidate a entitá private, avide e incuranti. Un mondo in cui se perdi il lavoro, perdi anche la copertura sanitaria e diventi merce di un sistema succhiasangue. Un mondo in cui il messaggio ultimo sembra proprio essere “se sei forte, ce la fai, altrimenti…”. E rabbrividisco, perché nel mio Paese salcagnato ci sono principi (pochi) su cui non si transige, e uno di questi è che la salute è un diritto di tutti, soprattutto dei più deboli.

Amo tutto il nuovo che mi è esploso in faccia da quanto mi sono trasferita in Texas, compreso il mio nuovo lavoro, i miei nuovi colleghi, la mia nuova macchina. Amo le strade nuove che ho dovuto imparare, i nuovi vicini di casa, i nuovi amici. Amo questi tramonti texani, che incendiano il cielo ogni sera in modo diverso, amo guardare la Downtown dal ponte della superstrada, amo i giochi di luce del fiume al mattino, amo la luna che fa luce sul buio più buio che abbia mai visto. Amo tutte le stelle che riesco a vedere di notte dal Mount Bonnel, amo perfino il richiamo dei coyote che la sera risuona così vicino (troppo vicino).
Ma mi manca tanto il vecchio che ho lasciato, le amicizie lunghe, quelle vere. Mi mancano i miei genitori e mio fratello, mi manca l’odore della mia casa. Mi mancano i pranzi dai nonni e le cene bavaresi con Ale e la Cinzia. Mi mancano i miei vicini di casa, il mio vecchio lavoro, il mio cappuccio con la brioche prima di iniziare la giornata. Mi manca Milano, il profumo del suo autunno, con le foglie bagnate, le castagne e il risotto ai funghi. Mi manca l’odore del freddo, il cielo basso, il tragitto casa-lavoro con la borsa a tracolla. Mi manca incontrare Leo per strada con i suoi amici, che ho visto crescere, che mi chiamano Anto.

Insomma.
Io dal primo giorno ho cercato di chiamare “casa” questo posto nuovo che mi ha accolta con amore e generosità. Ho cercato nuove routine, ho cercato di essere simpatica con questo nuovo mondo. Volevo che mi entrasse nella pelle, che mi appartenesse. Ma ho imparato che cercare casa fuori da sè porta inevitabilmente a sentirsi sempre smarriti e insicuri. La casa forse non è un luogo fisico, non ha un tetto e una strada. Non ha nemmeno una porta. Quando lasci il tuo Paese capisci che non ti sentirai mai solo, se sarai stato abbastanza saggio da costruire la casa in un posto sicuro, dentro di te, che non si sgretoli al primo nuovo mazzo di chiavi. In caso contrario, sarà tutto un gran casino. Sarà uno svegliarsi un giorno felice e un giorno triste. Sarà una sinfonia dolceamara in cui vale tutto, e il contrario di tutto.
Ma la vita è bella anche così, credo. Perché io, le note di questa sinfonia, me le godo tutte, dalla prima all’ultima. Anche quelle più stonate…

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Driving school

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Lo sapevamo che a 15 anni qui i ragazzi e le ragazze possono già guidare, seppure con un adulto a fianco, e che a 16 sono pronti per sfrecciare da soli con il sedere ben piazzato su motori ruggenti.
Ma da qui ad esserne contenti ce ne passa…
Del resto, da queste parti i giovanissimi vengono responsabilizzati in fretta. Se a 18 anni già se ne vanno di casa, devi dargli almeno la macchina, se no come se ne vanno? Devi accompagnarli tu? Non scherziamo.
Ditemi quello che volete, ma secondo me alla base di questa scelta che definirei scriteriata c’è proprio il fatto che finché non sono autonomi negli spostamenti, ai genitori americani tocca una serie di “portami lì, vienimi a prendere là, torniamo su, ho dimenticato una cosa giù” che farebbero deprimere anche il più ottimista degli uomini.

Noi lo sperimentiamo ogni giorno della settimana, domeniche comprese: io stessa sono il più incazzoso Uber (gratuito) in circolazione sulle strade del Texas, sempre a disposizione di questo adolescente pretenzioso e volubile, che cambia programmi e destinazioni come un Primo Ministro. Ma si sa che è così. Finché non guidano, mi dicono tutti, dobbiamo scarrozzarli noi. Per questo motivo, secondo me, hanno deciso di renderli autonomi presto, a 16 anni, freschi freschi di learner permit.
Girare sulle stesse strade di ragazzini casinisti, distratti e assolutamente incapaci di andar dritti, non è cosa facile. Ti devi armare di comprensione e pazienza, inchiodare con brio, cambiare direzione con la stessa prontezza che useresti se un cervo ti saltasse all’improvviso davanti e, soprattutto, sorridere con dolente compiacenza al teenager dagli occhi sbarrati che ti fissa nello specchietto o dal parabrezza.
It’ok. Go ahead.

Ma la sensazione di trovarsi sul sedile del passeggero con tuo figlio quindicenne che guida, beh, quella sensazione lí è da brivido come nemmeno la testa di Pennywise che spunta dal canale di scolo.
Ma tu sai che devi essere tranquilla, ostentare fiducia e sicurezza, anche se ti sudano le chiappe e hai le dita irrigidite da un attacco improvviso di artrite.
Tranquillo, un po’ più a sinistra, attento alla bici, no, più a destra, occhio al frontale.
Leo sta lì, aggrappato al volante, gli occhi sbarrati. E finché sta così guida anche bene. Ma, come nella vita, appena abbassa la guardia e si rilassa un pochino, ecco che le altre auto sfrecciano a distanza preoccupante, i marciapiedi si fanno rasi ai cerchioni, il piede sul freno diventa meno fluido, e anche una cosa semplice come guardare a destra e a sinistra prima di un incrocio viene inspiegabilmente dimenticata.

Eppure, nonostante io sia notoriamente una persona piuttosto isterica, quando Leo è al volante riesco a contenere esplosioni di rabbia o urla disumane come, immagino, accada di frequente tra genitori e figli durante le snervanti sedute di scuola guida familiare.
Anzi, la guida è diventato uno di quei rari momenti di sintonia tra noi due. Sarà che lui avverte la mia paura, ma capisce che se nonostante la paura gli permetto di guidare standomene inerme seduta accanto a lui è perché c’è qualcosa di profondo e intenso tra di noi. Infatti quel terrore-amore che sento in quei lunghissimi minuti ha una grande potenza. Insomma, lo ammetto, mi manca quando Leo era bambino. Mi manca la fiducia che aveva in me, l’ultima parola che mi concedeva ogni volta, non tanto per rispetto o sottomissione, quanto piuttosto perché quella parola lì contava, era buona e giusta. Mi manca il suo sorriso perenne, quella gioia negli occhi che sprizzava istintiva, quel punto di domanda che metteva in ogni frase, perché io avevo ogni risposta, io ERO ogni risposta.

Ecco. Forse, quando Leo guida, io torno ad essere un po’ quella fonte di sicurezza per lui, quel posto buono e confortevole da cui arrivano le istruzioni per non sbagliare, le indicazioni per far bene, i consigli per non mettersi nei guai. Ed è bello vedere che ha bisogno delle mie istruzioni, che segue le mie indicazioni, che richiede i miei consigli. Istintivamente, in quei lunghi minuti di scuola guida, torno ad essere la sua migliore amica, e non una giudicante madre, un’adulta pesante e sfiancante. Torno ad essere la persona che, pur di farlo crescere e renderlo autonomo, è disposta a lasciarlo andare da solo. Che nonostante la paura di vederlo sbattere, lo lascia con fiducia al posto di comando. E’ un passo importante nel nostro rapporto, io lo sento e credo che lo senta anche lui, perché quando parcheggiamo sani e salvi nel parcheggio della sua High School mi guarda con qualcosa di molto simile alla riconoscenza. E prima di scendere dalla Jeep e prendersi lo zaino e la borsa del football ha sempre una frase da dirmi. Io mi aspetto sempre che sia “grazie mamma, è stato bello, sono proprio contento che ti fidi di me e mi fai guidare, è una grandissima prova di fiducia che influirà positivamente sulla mia auto-stima e sul mio futuro, nonché su come io mi rapporterò un giorno con i miei figli”… In realtà la frase è più o meno…
Bella ma’.
E gli ridono gli occhi.

A dire il vero, gli occhi ridono anche a me, che finalmente posso rimettermi al volante. Anche oggi è andata bene.

 

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God bless football

selective focus close up photo of brown wilson pigskin football on green grass

Photo by Jean-Daniel Francoeur on Pexels.com

Nel nome del BBQ, dei truck e del football.
Ovvero, la sacra trinità in Texas.
La stagione sta ripartendo, il che significa, per noi genitori di giovani giocatori, che il giovedì sera è impegnato in lunghe trasferte alla ricerca di stadi sperduti nelle campagne texane. Giovedì, ad esempio, la prima partita dell’anno ci ha chiamati tutti a Belton, in provincia di Inculandia. Mio marito ha messo in fila tutte le informazioni del caso:
– ora di punta
– strada statale I35, puntellata di cantieri infiniti
– 120 km andare, 120 km a tornare
– 39 gradi con venticello tipo phon…
e ha deciso di declinare l’invito. La partita di apertura della stagione può fare a meno di lui.
Ma non di me, così ho preso la Jeep e, cantando a squarciagola m-m-m-my sharona, mi sono avviata verso Belton. Un viaggio della speranza, che se me l’avessero proposto in Italia avrei riso, ma riso, ma riso tantissimo.
Le partite a calcio di Leo, infatti, le vedevo all’oratorio, andandoci a piedi o al limite con brevi tragitti in macchina.  Quello che mi ricordo di più sono i campi improvvisati, con l’erba che salta via, il fango in corrispondenza delle porte. I guardalinee erano i nonni, gli zii, i nipoti, mentre gli allenatori erano amici volenterosi (e volontari) che avevano come priorità domenicale non tanto vincere le partite, quanto piuttosto non litigare con i papà di chi restava in panchina.
Quasi sempre non c’erano spalti da cui guardare le partite, si stava tutti in piedi dietro reti metalliche, gridando le peggio cose a quei poveri arbitri e, purtroppo, anche ai giocatori avversari. Mi è capitato di vedere i nostri figli immobili sul campo, le braccia molli lungo i fianchi, gli occhi smarriti a fissare i propri genitori mentre litigavano tra loro. Insulti, accuse, minacce che neanche al derby di Milano.

Anche nel calcio amatoriale, come in tutte le cose della vita, in Italia tutto dipende dall’impegno dei singoli, da quanto ci credono e si donano agli altri quei poveri allenatori non pagati. Se sono persone strutturate, generose, sensibili e con un po’ di buon senso, allora i giocatori che finiscono nelle loro mani possono fare un’esperienza magica e indimenticabile. Se, come accade spesso, sono frustrati e scontenti perché anziché la panchina del Barcellona gli è capitata quella dell’oratorio San Giovanni Battista, allora son guai per tutti. Leo ha conosciuto entrambe le categorie di allenatori e si è trovato sia a combattere contro uomini piccoli e scadenti, sia a crescere grazie a persone speciali. Non voglio sembrare troppo amara…io ho conosciuto i miei momenti di gloria seguendo Leo nelle sue partite. Ho riso e cantato con gli altri genitori, ho fatto foto, girato video, gridato slogan. Ma ho anche conosciuto momenti di grande delusione e mi sono trovata a volte a misurarmi con sistemi impreparati, società improvvisate, gruppi di professionisti che invece professionisti non erano.
Ma, parlando di professionismo, torniamo a Belton…

Lo stadio si vede da lontano, da quanto è grande. Scritte rosse che inneggiano ai Tiger si fanno vedere già da una certa distanza. Del resto, la scuola dei Tiger di Belton ha la bellezza di 3.000 studenti, quindi tutto è proporzionato. E quando ti siedi sugli spalti, non ce n’è, ti senti proiettato nell’NFL. Fa niente se sono ragazzini di quindici anni, fa niente se lo stadio non è pieno. Allenatori, arbitri, addetti alle riprese, speaker, tutti ci credono. Tutti sono lì a dare il 100%, a giocarsi tutto, a mettere in campo il cuore e la testa. Tra l’altro, non è impossibile che tra quei ragazzini di quindici anni si nasconda la futura stella di qualche grande club. E’ già successo che tra le file dei Chaparrals di Westlake ci fossero dei quindicenni piccoli ma grintosi, come Nick Foles e Drew Brees, gente che fino a qualche anno fa passeggiava tra i corridoi, gli armadietti, la sala pesi della scuola, e che poi abbiamo visto al Superbowl.

I coach di football, nelle scuole del Texas, sono come dei guru, dei sacerdoti, delle guide spirituali. Come Al Pacino in Ogni maledetta domenica, dispensano perle di saggezza e incoraggiamenti. Io ringrazio il cielo che esistano, perché in questa triste fase che è l’adolescenza, in cui come genitore ho perso ogni autorità, ogni fiducia e ogni considerazione da parte di mio figlio, almeno ci sono loro a fare da nuovo punto di riferimento. Vai male a scuola? Il coach ti fa un paiolo grande così e poi ti lascia pure in panchina. Non rispetti gli amici? Preparati a una lunga ramanzina sotto il sole, e a seguire, piegamenti, flessioni e corse a bordo campo.
Forse dovrei andare dal coach a lagnarmi del fatto che Leo mi risponde male, sono sicura che lui riuscirebbe a fare qualcosa…

Quando la partita inizia, io so già che non capirò quasi niente e che stresserò i miei vicini di posto chiedendo ogni cinque minuti what’s happened? Troppe regole, troppe strategie, troppa tattica. Ma una cosa l’ho imparata anche io: nel football, come nella vita, si va avanti inch by inch, passettino dopo passettino. Voglio dire…è bello vedere quei lanci lunghi, spettacolari, quella precisione ingegneristica con cui la palla schizza via dalla mano del quarterback, ruota sul suo asse mantenendo la punta in avanti, si alza fino al cielo, si abbassa delicatamente per arrivare in picchiata tra le mani del ricevitore che, in volo, la fa sua accartocciandosi poi nell’area del touchdown. Ma le partite sudate sono quelle in cui le squadre avanzano metro dopo metro, in cui i passaggi sono serrati, l’azione è frammentata. Perché pure la vita è così, un po’ dispettosa, ti sgambetta sempre e tu devi imparare a stare in piedi. Qui, in Texas, giocando a football, impari il valore di ogni passo che riesci a fare con quella palla in mano. Impari a godere di ogni metro che conquisti. Impari a non cadere all’indietro per non perderlo, quel metro conquistato. Ma, soprattutto, impari a correre insieme agli altri, a sudare insieme agli altri. Ogni singolo giocatore ha il suo spazio e il suo momento, ogni ingranaggio serve alla squadra per far sì che la palla si stacchi dalle mani di un giocatore per finire tra quelle di un compagno.  Forse è per questo che la società americana è così ossessivamente organizzata e precisa, forse questo meccanismo oliato e rodato nasce proprio qui, su questi campi immensi, in questi stadi giganti, davanti ad allenatori-sacerdoti e a genitori sugli spalti che, nel massimo rispetto, guardano le partite dei loro figli senza insultare nessuno, senza lamentarsi per ruoli sbagliati o palle mancate.

Insomma, non lo capisco, il football. E per certi aspetti non mi piace l’uso della forza fisica che vi sta alla base. Ma è scuola di vita, accidenti. E’ un campo di azione per i cervelli, prima che per i corpi, ed è metafora di vita e di crescita. Quindi ben venga, sempre e comunque, quando si vince e quando si perde. E se, poi, in trasferta a Belton, in casa dei Tiger, vai anche a vincere, beh allora il football è ancora più bello.
Go Chaps!

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