Fratelli d’Italia

 

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C´è una cosa che mi sfuggiva e che ho realizzato solo oggi.
Da quando sono arrivata ad Austin, ma soprattutto negli ultimi mesi, ho conosciuto una marea di italiani molto speciali. Vengono da ogni parte dello stivale, per lo più si sono trasferiti qui abbastanza da giovani, qualcuno ha fatto questa scelta coraggiosa passati i quaranta, proprio come noi. Vi confesso che sono tutte persone incredibili. Hanno una brillantezza, uno spessore, una forza di carattere e un’intelligenza che raramente mi è capitato di incontrare. Insomma, di solito gli amici te li scegli con cura, li selezioni, li centellini. Qui questa cosa mi capita molto meno, perché è impossibile fare selezione, sono tutti troppo speciali e da ciascuno ho voglia di ricevere qualcosa, perché ognuno di loro ha tanto da insegnare, da dare e da dire. E’ gente incredibile, con delle storie esaltanti alle spalle e un futuro pieno di promesse. Sono uomini, donne, figli e figlie, la crema del nostro Paese, i più fortunati, persone che hanno preso in mano il loro destino per diventarne i padroni.

Non si lascia la propria terra senza soffrire. Quindi sono anche persone che hanno nel cuore quello che si sono lasciati indietro, sanno che la loro scelta ha un prezzo altissimo da pagare. Se ne accorgono soprattutto durante le feste, magari quegli anni in cui non è possibile tornare a casa, o quando un familiare sta male, o un amico avrebbe bisogno e loro non sono lì a tendere una mano.
Questa nostalgia velata, quest’ombra che si portano dietro gli sguardi, li rende umani, diversi dalle macchine da guerra a stelle e strisce che incontro da queste parti. Sono guerrieri, certo, sono forti, hanno costruito il loro nido lontano dai propri affetti, hanno una solida posizione professionale, parlano americano e, a volte, pensano americano. Ma non sono americani e, nonostante molti di loro abbiano anche il passaporto, restano italiani. Italiani molto speciali.

Mi è capitato di leggere spesso che chi va via dall’Italia sta fuggendo. Che è pavido. Che è coraggioso chi resta, non chi va.
A chi scrive queste cose rispondo che andare via è doloroso e apre una ferita che rimarrà per sempre. Le persone che ho conosciuto qui ce l’hanno, anche se ormai è cicatrizzata e non fa più male. Perché loro, secondo me, sono i migliori. Non sono come gli italiani che incontriamo all’estero quando siamo in vacanza, quelli un po’ imbarazzanti, quelli un po’ sguaiati, quelli da tour organizzato. Questi qui sono gli italiani di cui non ci vergogniamo mai. Non lo dico da expat, e quindi non lo dico da persona che si sente parte di questa categoria. Lo dico da spettatrice arrivata qui relativamente da poco, da persona che, a vedere questa grande famiglia di espatriati, si sentirebbe orgogliosa e grata di farne parte. In parte perché vorrei tanto essere come loro, in parte perché sono italiana, e mi dà piacere vedere gente come me venire fin qui a dare un senso alla frase “tenere alta la bandiera”.

Agli italiani che hanno scelto di restare in patria, io dico grazie. Grazie che restate. Grazie perché per molti di voi è una scelta consapevole , esattamente come quella di andarsene. Sappiate che in tutto il mondo, lontano dai vostri confini, a condurre vite diverse, a sognare la terra più bella del mondo – la nostra – ci sono italiani come voi che, con il loro esempio e il loro coraggio, rendono migliore tutto il nostro popolo. Ci sono italiani degni di questo nome che fanno dire a chi li conosce “gli italiani sono gente in gamba” in tutte le lingue del mondo. Senza volerlo, sono tutti ambasciatori della nostra cultura, delle nostre tradizioni e delle radici più sane, più profonde.
L’ha detto, molto meglio di me, anche il nostro presidente, Sergio Mattarella. E se lo dice lui…

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Goodbye

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In un mondo in cui si cambia il lavoro come si cambiano le mutande, la parola d’ordine è una sola: mai affezionarsi. Inizio forse a capire perché gli americani mi sembrano sempre un po’ “impermeabili” e distaccati. Come puoi innamorarti delle persone che incontri, se poi un’offerta di lavoro allettante, una città con più stimoli e la sete di avventura te le portano via?
In pratica, sta accadendo che una famiglia conosciuta qui ad Austin tra un paio di mesi si trasferirà a Seattle. Loro sono una coppia dolcissima e hanno due bambine meravigliose, che nel mio cuore avevo già adottato e mi sentivo già la loro zia. Lo so, probabilmente ho qualche carenza, ma fatto sta che ci sono routine affettive che sviluppano nel mio cervello esplosioni di serotonina, dopamina ed endorfine. Ecco, queste bambine e i loro genitori facevano ormai parte di questa routine.
Bon. Se ne vanno, dicevo. Alla base di questa scelta c’è quello che qui negli USA è scontato e che da noi in Italia è da fantascienza, cioè un nuovo lavoro, con maggiori benefit, paga migliore, infinite opportunità di crescita. Tutto bene, no? Da madre, per Leo vorrei proprio questo, una società in cui puoi scegliere, in cui puoi cambiare, in cui diventi per forza di cose flessibile e avventuroso. E mi sta bene.
Ma ora entrano in gioco i miei limiti, quelli che vengono proprio dalla mia cultura, dal mio passato, da quella terra a forma di stivale che ha le montagne più belle, le colline più verdi, il mare più azzurro e la gente più cazzara del mondo. Insomma, io non mi sono evoluta per niente da quel giorno in cui ho scelto di fare ragioneria per seguire la mia amica Alessandra. Se avessi seguito la testa, avrei fatto il liceo classico, conoscerei il greco e il latino e avrei dei motivi reali per spacciarmi nel mondo come persona di cultura.
Ma niente, io seguo sempre il cuore.

Qui negli Stati Uniti affezionarsi è per i pazzi, i visionari, quelli che non imparano mai, quelli che ripetono gli stessi sbagli. Quindi, eccomi.
Da quando siamo qui ho dato il mio cuore a diverse persone che poi, come è normale che sia, hanno preso la loro strada fuori dal Texas: una simpatica famiglia siciliana è tornata in Italia, e ancora oggi quando passo davanti a casa loro faccio un sospirone pieno di nostalgia. Una cara amica, una persona fantastica con la quale avevo stretto una bella relazione, è partita per Singapore e ci sentiamo in quella finestra di un paio d’ore nella quale non stiamo dormendo. Tanti altri li vedrò andare via ancora. Ad ogni partenza ho sentito un pezzetto di me che partiva con loro, ho sentito il distacco come un piccolo morso, come quando mia mamma mi lasciava all’asilo a 3 anni.
Da queste parti, invece dire addio è una cosa molto frequente, non c’è da stupirsi. Le famiglie girano e girano e girano, alla ricerca del posto di lavoro più pagato o della città con la migliore qualità della vita. In Italia, al contrario, spesso nasciamo, viviamo e moriamo nella stessa città, quasi sempre nella stessa regione. I nostri figli, nati nella terra a forma di stivale,  hanno lo spirito di adattamento di un panda ingolfato di foglie di bambù, e solo fargli cambiare scuola equivale a delle ritorsioni pazzesche, minacce di crolli nel rendimento scolastico, sedute dallo psicoterapeuta alla ricerca di nuovi punti fermi.
Qui i ragazzini potrebbero tranquillamente trasferirsi dall’Alaska all’Alabama nel tempo necessario a sostiruire la “sk” con “bam”… Sono tutti dei piccoli marines, dei guerrieri, sono più tosti di Walker Texas Ranger e hanno più risorse di Mac Gyver. Quando guardo il mio giovane Leo, con la sua tendenza a sviluppare sempre nuove pippe mentali, penso che gli farebbe bene uno di quei riti di passaggio che sperimentano gli adolescenti nelle tribù della Papua Nuova Guinea per diventare uomini, quelle cose tipo una settimana da solo nella jungla armato solo di pietre e coperto solo da una pezzuola legata al corpo con una liana. Invece continuo a portargli pane e nutella in camera. Mannaggia a me, inutile mamma italica.

Qui, alla fine, ognuno va per conto suo. Ognuno conta su se stesso, perché se stesso è l’unica persona che, di sicuro, non se ne andrà. Le relazioni durature non esistono, perché appunto duraturi non sono nemmeno i progetti. Oggi sei qui, domani magari sei in Virginia, o in California, o in North Carolina. Inutile investire sentimentalmente, inutile fare un nido. E, se siete quel tipo di persone che sentono “l’odore di casa”, meglio se disfate le valigie, strappate il passaporto e restate dove siete, a collezionare foto in cui ci siete sempre voi, le vostre famiglie, i vostri amici, sempre le stesse facce, solo un po’ più cresciute, un po’ più vecchie.

Questo non è un paese per sentimentali, è un paese per gente con le idee chiare e le palle quadrate. E’ un posto per chi sa stare da solo, non per chi dipende dagli affetti e dalle relazioni. E va benissimo, io ho sempre stimato quelle persone indipendenti e libere, che viaggiano leggero, perché a volte tanto amore significa anche molta zavorra. E io mi accorgo che i momenti di felicità vera, quelli in cui c’è silenzio assoluto nella mia testa, il cuore batte regolare e il silenzio non mi opprime, sono i momenti in cui chi amo è sereno. A posto loro, felice io. Sbagliato, sbagliatissimo, lo so.
Quindi ben venga un po’ di sano egoismo, se porta a migliorare se stessi, a conoscersi a fondo, a prendere la propria strada con fiducia e speranza.
Alla fine Leo deciderà per sè, quando sarà il momento, dove continuare il suo cammino. Io sono contenta di averlo portato qui, a conoscere un mondo, anche interiore, diverso da quello che avrei potuto proporgli io. E anche se tutto qui mi sembra strano, a volte sconosciuto, spesso distante, sono felice anche per me. Perché non è mai troppo tardi per imparare, capire e, chissà, mettere in discussione i propri punti fermi.

Quindi, amici che andate a Seattle, buona fortuna, ve la meritate proprio. Sono felice per voi. Ma sicuramente, quando andrete via, piangerò un pochino.

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Jobs Act

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Come cercare lavoro negli Stati Uniti?
Ho scoperto che non c’è bisogno di cercarlo. E’ lui che trova te.
Appena apri la porta del cuore (o di Linkedin), iniziano a piovere telefonate e mail. Letteralmente. E io sono anche una tra i pochi ad avere un curriculum proprio povero negli USA, perché la mia esperienza di comunicazione è poco spendibile qui, data la mia conoscenza dell’inglese, sicuramente buona, ma non perfetta come si richiede a uno che dovrà scrivere sui social, sulle pagine web, sui materiali promozionali.
Ad ogni modo, ti cercano, eccome se ti cercano. E voi direte: poco qualificata, 44 anni, straniera, donna…ma ‘ndo vai? Eh, ma mica siamo in Italia… Qui è tutto un altro mondo, signore e signori.

Io ho iniziato da poco la mia ricerca di lavoro e l’ho fatto in punta di piedi, con umiltà, con la consapevolezza di avere poca dimestichezza con il Nuovo Mondo e ben sapendo che per una volta nella vita il lavoro non mi serve per pagare i conti, bensì per non sclerare a casa tutto il giorno facendo quello che non so fare, cioè la casalinga.
Ho chiesto consigli agli americani, un’amica mi ha aiutato a scrivere il mio curriculum, anzi, il mio resume, e già qui ho avuto la prima sorpresa: niente data di nascita. Anche durante i primi colloqui telefonici, nessuno ti chiede quanti anni hai. Certo, il trucco c’è. Se vedono che ti sei laureato prima della caduta del muro di Berlino, un’idea della tua età se la fanno comunque, ma mi rassicura essere giudicata soprattutto per le mie competenze e non per le rughe che ho in faccia.

Un’altra cosa bellissima che capita qui durante i colloqui di lavoro è l’entusiasmo che hanno i selezionatori. Tu sei italiano, abituato al Jobs Act, alle dita puntate perché non ti adatti, all’etichetta di bamboccione, arrivi qui e chi ti esamina inizia a dire che la tua storia professionale è incredibile. Proprio così. Amazing, impressive, awesome, great, so interesting. Tu lo guardi e pensi, oddio, ma starà leggendo proprio il mio curriculum? E lui va avanti, cita dei pezzi della tua storia quindi tu capisci che parla proprio di te, si entusiasma per i tuoi hobby, si esalta parlando della tua laurea e dei tuoi corsi, si complimenta per il tuo inglese. Sono tutti attori, ora lo so. Appena escono di casa si mettono su un palcoscenico e parte l’opera teatrale. E, vi dirò, non mi dispiace, alla fine. E’ bello che le persone si sforzino in ogni modo di metterti a tuo agio, di farti stare bene, trascinandoti nella loro migliore predisposizione d’animo. E quando sei lí, un po’ teso perché sei comunque sotto esame, è ancora più rassicurante vedere che chi ti dovrebbe giudicare, in realtà è molto più impegnato a darti sicurezza.

Tra l’altro, parliamo della tensione da colloquio. E’ assolutamente sbagliata e fuori luogo. Gli americani lo sanno bene: quando fai un colloquio di lavoro, un’interview, non è soltanto l’azienda a giudicare te, ma sei anche tu a giudicare loro! Pazzesco, vero? Invece è proprio cosí, l’impressione positiva deve essere reciproca, perché anche il candidato deve poter scegliere. Certo, questo è il mondo della flessibilità lavorativa, qui puoi davvero permetterti un po’ di snobismo, qui puoi rifiutare offerte di lavoro, licenziarti per stipendi migliori, fare macchinina rossa rossa dove vai per scegliere tra un portafoglio di succose opportunitá professionali. Per noi italiani è il Paese dei Balocchi, insomma. Io vengo da una generazione in cui il posto fisso è sacro, che perfino Checco Zalone mi direbbe “no, così è troppo”, quindi ancora non mi capacito di vivere in un posto in cui il lavoro si cambia più spesso di quanto si faccia il cambio dell’armadio. Qui ho conosciuto persone con lavori ben pagati, e anche belli, continuare ad aggiornare la propria pagina Linkedin e continuare a fare colloqui, solo per un’intrinseca tensione a migliorare, a migliorarsi, a creare sempre nuovi obiettivi. E non si tratta di gente giovane, credetemi, è proprio questo popolo qui che è strategicamente programmato per uccidere.

Ad ogni modo, tornando alla mia interview, dopo aver ricevuto una marea di complimenti sulla mia storia accademica, lavorativa e personale (cosa che se torno in Italia me la pagheranno tutti per avermi fatto sempre sentire una sfigata), ho dovuto fare un test per valutare la mia capacità di tradurre dall’inglese all’italiano. Test via Skype. Mi mandano un pdf, lo traduco in tempo reale, lo spedisco via mail e qualche giorno dopo mi richiamano per dirmi che la mia traduzione era “excellent” e che il manager “non vedeva l’ora di conoscermi”.
A tale fine, mi inviano una mail con alcuni consigli su come presentarmi al colloquio con il manager, e tra queste indicazioni leggo che è bene presentarsi puliti, curati e vestiti bene. Rido, sprezzante. In questo mi sento una spanna superiore, perché di noi italiani tutto si può dire, tranne che abbiamo bisogno di raccomandazioni su come presentarci a un colloquio di lavoro. Ma capisco, da come vedo vestita la gente al supermercato, che questa premura non è poi così tanto fuori luogo… Del resto, questo è il paese della pragmaticità e della concretezza, mica dell’eleganza e del buon gusto. Queste cose le lasciano a noi, loro si tengono la potenza, l’economia, la ricchezza, il petrolio, la stabilità.

Che poi, con 35 gradi fissi non è facile vestirsi eleganti, credetemi. Le uniche cose che si possono tollerare addosso sono canottiere, calzoncini, infradito o quei prendisole da nonna che lasciano passare aria dove non batte il sole. Ma, memore della mail che sembra scritta da Chiara Ferragni, mi sforzo di tirare fuori dall’armadio un pantalone nero, una camicia azzurrina, le scarpe coi tacchi e mi infilo nell’aria condizionata della mia Jeep. Nel tratto di strada a piedi che va dal parcheggio all’edificio di camicie ne sudo sette, ma i venti gradi della sala d’attesa mi seccano il sudore (e gli aloni sotto le ascelle) in pochi secondi. In poche parole, quando arriva l’assistente del manager, una donna, faccio la mia figura dignitosa, al punto che mi becco subito due complimenti, uno per le scarpe e uno per il profumo. Sospetto che anche questo faccia parte di un copione, ma incasso lo stesso con piacere.
Anche il resto del colloquio va molto bene, l’impressione (reciproca) è ottima e, per farla breve, mi selezionano. Avete capito bene. Buona la prima.
Poco qualificata, 44 anni, straniera, donna…ma ‘ndo vai? Beh, ecco. Vado a lavorare, ecco dove vado.

p.s. Ovviamente io ho un regolare permesso per lavorare negli Stati Uniti. Non sognatevi di venire qui con un ESTA (visto turistico) per poi mettervi a cercare lavoro, perché vi trovereste solo in un mare di guai! Lavorare illegalmente è un rischio assolutamente da non correre, perché le leggi da queste parti non perdonano.

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Ma perché?

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Come spesso accade, a darmi le lezioni più importanti è Leo.
Adolescente, imperfetto, a tratti odiosamente polemico, scazzatissimo e, ultimamente, impoverito da un forzato accento romano, dono non richiesto dei suoi idoli rapper italiani.
Madre e figlio, reduci da quattro settimane da urlo nel nostro Bel Paese, siamo tornati alla nostra routine texana. Allenamenti e qualche sporadica uscita per lui, interminabili giornate casalinghe interrotte da qualche pranzo fuori e qualche cena per me. Ci siamo trovati a guardarci negli occhi e a dirci, senza dircelo, che in Italia la vita era molto più divertente. Insomma, vacanza per vacanza, in Italia stavamo a casa giusto per mettere la testa sul cuscino, mentre saltellavamo da una risata all’altra, circondati dai nostri amici, dai nostri ritmi, da una città che ti dà sempre qualcosa da fare e da vedere.
La mia agenda era un incessante viaggio tra un cappuccino e un gelato, un pranzo e un caffè, un altro gelato e un aperitivo, una cena e un dopo cena. Il tutto farcito di chiacchiere e abbracci, di risate sincere, di parole piene di senso.

Insomma, come dice la mia amica Alessandra, che vive qui ad Austin, io l’America ce l’avevo già tra le mani.
Era nelle mie amiche, donne incredibili e intelligenti. Era nei miei amici, uomini generosi e brillanti. Era nel mio lavoro, che anche se sottopagato e poco considerato mi piaceva tanto e mi permetteva di esprimere chi sono. Era nelle vie, nelle strade, nelle botteghe, nei cortili. Insomma, io ero fortunata senza saperlo.
Ecco, proprio mentre mi crogiolavo nel “chi me l’ha fatto fare di mollare tutto per venire qui”, Leo è sceso in cucina. Si è versato un bicchiere di limonata gelata, con le occhiaie di chi ha passato il pomeriggio chiuso in camera a parlare al telefono, a chattare e a guardare video su Youtube. Si è seduto e ha iniziato a fare un discorso.
Immaginatevi per un attimo ‘sto ragazzino con un cespuglio di capelli sugli occhi, l’aria consumata di chi la sa lunga. Immaginatevi quella voce lì, da adolescente, rauca ma con dei picchi acuti che non ti aspetti.

Okay, io a quest’ora in Italia ero fuori con Alex, Michi, i gemelli e altra gente, no?
Andavamo a giocare a basket, poi al Bicocca Village, poi dal kebabbaro. A volte ci si fermava a chiacchierare con altri gruppi di gente mai vista, ma tanto per parlare, per ascoltare la musica insieme. Con Alex e Michi parlavo di tutto, sempre. Ci raccontavamo tutto, noi tre. Tornavo a mezzanotte con il mal di pancia per le risate.
Però son contento che siamo tornati.
Cioè, mi mancano tanto i miei amici. E qui mi rompo le palle, perché di amici ne ho pochi. E li vedo poco. Non so perché, magari sono io che non capisco. Magari è qui che è diverso e io non ho ancora capito com’è.
Però se penso a quando inizierà la scuola, e penso a quello che imparo…
Se penso allo sport che farò, a come lo farò, a come sono seguito…
Se penso agli insegnanti che ci sono qui, che non ti giudicano, ma ti aiutano, ti prendono sul serio, ti trattano già da adulto…
Se penso alle regole che ci sono qui. Insomma, qui non puoi fare tardi la sera, perché la mattina ti alzi presto per allenarti, non fumi perché se no non riesci a correre, non ti fai le canne perché gli sportivi ci tengono troppo alla salute per rovinarla con il fumo…
Se penso che qui posso lavorare già da subito, guadagnare i miei soldi, fare esperienza…
Se penso che per i prossimi anni i miei obiettivi sono capire chi sono, cosa mi piace fare, cosa mi viene facile, in cosa sono bravo…

Insomma. Leo, in uno dei suoi rari momenti in cui vuole condividere cosa gli passa sotto quei capelli, ha parlato a modo suo del sogno americano. Mi ha ricordato, con quel suo modo un po’ da duro di periferia, qual è il motivo per cui siamo venuti qui.
Non abbiamo scelto gli Stati Uniti per il buon cibo, perché quello ce l’avevamo già. E nemmeno per trovare nuovi amici, perché i migliori che si potessero avere noi li abbiamo in Italia. Non siamo venuti qui per trovarci una famiglia, perché la nostra ci basta e ci avanza. A dispetto del visto H1 che ci ha permesso di essere accolti in questo Paese, non è stato nemmeno il lavoro a portarci qui, non è stata la carriera, non è stato lo stipendio più alto. Non è stata nemmeno la voglia di avventura, perché chi chiamerebbe avventura lasciare un lavoro sicuro e una vita tranquilla a fronte di nessuna certezza, nessuna sicurezza, nessuna garanzia?
Ma perché, quindi?
Opportunità, forse questa è la parola che cercavamo.
Opzioni, scelte.
Volevamo un mondo in cui, se sei bravo, se hai voglia, se vali, è sicuro che la tua strada la trovi, e con tanta soddisfazione.
Una società pronta ad accogliere chi sei e quello che vuoi dare.
Un contesto che non uccide i sogni, bensì li accompagna, li coccola, li lascia abbozzare per poi farli esplodere in cielo, in trionfo.
Volevamo che Leo facesse un percorso di studi con un fine vero, che non fosse avere dei voti per i quali vantarsi con gli altri, bensì gettare le basi per la professione di domani, per l’uomo di domani.
Chiedevamo un futuro degno di questo nome.

E’ chiaro a tutti, no? Che l’Italia mi manca molto, intendo. E la lontananza ha reso ogni bellezza ancora più struggente, ogni bruttezza un piccolo inconveniente di percorso. Ma una cosa agli Stati Uniti io devo riconoscerla, ed è proprio la ricchezza di possibilità. Potrei aprire domani stesso la mia società, di qualsiasi genere, pagando circa 150 dollari. Scaricherei il 20% dell’affitto di casa mia, se adibissi una delle stanze a ufficio. E, se fossi brava, avrei successo. Magari non subito, sicuramente con grande fatica.
Questo è quello che succede in una società dove il rispetto delle regole viene prima di ogni cosa. Dove puoi tradire un marito, ma non lo Stato. Dove l’onestà, la trasparenza, la chiarezza e il rigore sono un monito al quale tutti gli americani giurano fedeltà già da giovanissimi, con la mano sul cuore e gli occhi fissi alla bandiera.
Con tutte le contraddizioni del caso, qui negli Stati Uniti io percepisco un mondo che si muove “per te”, mai “contro di te”. Sento la spinta propulsiva di una società che vuole sempre costruire e rinnovarsi, una macchina perfetta che non può permettersi le clientele e la disonestà. Percepisco l’apparente rigidità di certi meccanismi come un’ulteriore garanzia di uguaglianza, di regolarità, di prevedibilità, di pari possibilità per tutti.

A conti fatti, è con questo che volevamo misurarci. Con la meritocrazia e la giustizia. Con noi stessi all’ennesima potenza, liberi di esprimerci, liberi di dare il massimo, o anche di non darlo, ma sapendo che le regole sono uguali per tutti. Chiunque dovrebbe provarlo, una volta nella vita. Se lo facesse, assaporerebbe la libertà vera. La libertà di essere, senza trucchi e senza inganni. Godiamocela, dico io.

 

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(un)Health care system

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Prima di venire negli USA e di avere a che fare con la sanità americana, avevo in testa la scena di Sicko, di Micheal Moore, in cui un tizio si cuce una ferita in casa, da solo, con ago e filo, per non andare in ospedale.
Insomma, lo sapevamo che qui curarsi è un affar serio.
Lo sapevamo che la sanità pubblica quasi non esiste e che, ad ogni modo, noi non ne avremmo diritto in quanto classe media e in quanto lavoratori regolari.
Noi abbiamo un’assicurazione privata, come tutti gli americani che lavorano, e il premio viene pagato direttamente dal datore di lavoro. Il premio è bello alto. Tant’è che noi, sulla nostra preziosa tessera sanitaria, abbiamo la dicitura “copay = 0”. Questo per noi voleva dire che le nostre spese mediche sarebbero state pagate tutte dall’assicurazione. Sciambola.
E invece no. Non è cosí.
L’assicurazione paga, sì, ma oltre un certo limite. Entro quel limite paghiamo noi. E quel limite è 5.000 dollari.
Ora, io in Italia per spendere 5.000 dollari di spese sanitarie in un anno avrei dovuto andare dal ginecologo, dal senologo, dal dermatologo, dal cardiologo e dall’oculista una volta al mese. Siccome queste cose si fanno una volta all’anno, è presto fatto il mio conto spese della mia salute in Italia.

All’inizio, quindi, ero arrabbiatissima perché ho pensato che questa diavolo di assicurazione alla fine non pagava proprio niente, e tutte le spese erano a carico nostro. Sbagliato.
A 5.000 dollari ci puoi arrivare eccome, se ti va di sfiga. Ho saputo, infatti, che un intervento normale, con anestesia e degenza, qui ti costa decine di migliaia di euro, e tu paghi solo la tua quota di copay. Se, per esempio, il tuo copay è del 20%, su un intervento da 40.000 dollari tu paghi 8.000 dollari così, solo perché magari sei stato investito da un’auto, ti hanno dovuto aprire il torace e hai voluto essere operato in ospedale, e non nel tuo giardino, da professionisti e non da ingegneri elettronici, possibilmente non da sveglio.
Quindi, arrivare al limite, al tuo deducibile, è proprio un attimo. Ma anche se poi sai che da quel momento paga l”assicurazione, arrivarci ti ruga lo stesso, credetemi.
Dei nostri amici italiani se lo sono visto ciucciare via in una volta sola, dopo una visita al pronto soccorso, una notte in cui il marito ha avuto un malore che sembrava un attacco di cuore. Sono stati dentro l’Emergency room il tempo necessario per farsi dire che no, non stava morendo, e sono scappati fuori senza voltarsi indietro, ma era troppo tardi comunque. 4.000 dollari per la visita e deducibile sfondato in una sola notte di paura. O meglio, in 30 minuti.

Ovviamente questo non è un caso che vale per tutti. Tutto dipende da quanto è alto il premio che si paga ogni mese. Più paghi, più l’assicurazione copre le spese. Se sei ottimista, pensi di non ammalarti spesso e quindi scegli di pagare un premio mensile più basso, episodi come questo rischiano di capitarti spesso. Ergo, più sei ricco, più si abbassa il rischio di restare in mutande se ti ammali seriamente.

Molti americani sono sconvolti, come noi, dall’inefficienza del sistema sanitario a stelle e strisce. Ma molti non lo sono affatto, perché si dicono pronti a sacrificare la gratuità del servizio in nome di un’eccellenza e di un grado di avanzamento che noi in Italia ce lo sogniamo. Il livello di avanguardia qui è incredibile. Le cliniche sembrano venire direttamente dal futuro. I chirurghi americani, e quelli che da tutto il mondo scelgono di svolgere qui la professione, fanno sembrare i nostri medici italiani allo stesso livello di quelli che operano nei campi di battaglia o sotto un tendone in Africa.
Insomma, qui non ci sono ospedali vecchi, cadenti, con le crepe, le sale d’attesa piene di barelle. Qui siamo avanti. Ma si paga tutto. Se non ce la fai a pagare tutto, l’assicurazione ti rateizza i costi, ti viene incontro, ti autorizza a contrattare come in un mercato a Marrakech, ma alla fine devi pagare.

Tutto questo mi fa pensare a mio padre, che negli ultimi 20 anni ha subito un doppio bypass, svariate angioplastiche, pacemaker, defibrillatore e una delicatissima ablazione cardiaca. Il tutto svolto nei nostri ospedali, che in Lombardia sono sicuramente messi meglio che in Calabria, ma che comunque hanno le loro grane. Lo hanno operato medici che non hanno la lingua sciolta come i medici americani, inclini a spiegarti tutto come se fossi uno studente del primo anno. I dottori italiani alla terza domanda già ti guardano come se tu, con la tua ignoranza, gli stessi facendo perdere il loro prezioso tempo. Gli americani, al contrario, sanno che il tempo non glielo stai facendo perdere, perchè lo stai pagando profumatamente. Quindi avanti con le domande…
Mio padre, quindi, al quale hanno praticamente ricostruito un cuore malato, ha avuto a che fare con ospedali vecchi e medici scostanti, sicuramente non beneficiando delle ultime tecniche chirurgiche, ma non ha speso un euro ed ha potuto salvarsi la vita molte volte, perché in Italia la vita e la salute sono un diritto intoccabile. Tutti in Italia devono essere curati, perché chi guadagna di più paga di più e rimpolpa il budget sanitario nazionale con cifre più alte, mentre chi guadagna meno lo fa con cifre più basse. Chi non lavora, non rimpolpa niente. Ma viene comunque curato, alla pari di uno che ha pagato molto per il servizio sanitario.

Con questo non voglio dire che il nostro paese sia una best practice della gestione sanitaria. In Nord Europa il sistema pubblico funziona molto meglio, con migliori risultati e maggiore rispetto della salute. Nella patria della corruzione e dei furbi, invece, la sanità è solo un redditizio e facile sistema per arricchire i soliti noti. Quindi anche qui abbiamo trovato il modo di arginare le poche regole, truffare chi si ammala, inventarci operazioni e interventi inutili solo per avere i rimborsi dallo Stato. Ma in questa gigantesca anomalia che è la disonestà di una certa classe dirigente italiana, io scelgo comunque il sistema pubblico. Scelgo comunque un paese che mi consente di partorire gratis, salvarmi la vita gratis, placare il dolore fisico, ma anche quello emotivo, gratis. O, quantomeno, con cifre rispettose come quella del ticket sanitario. Un chirurgo che sceglie di operare qui in Italia, anziché farsi tentare da sale operatorie futuristiche e stipendi a sei zeri, per me merita solo rispetto. Perché non sono solo i migliori ad andarsene. Talvolta anche quelli bravi scelgono di restare e di essere dei geni in patria. Silenziosi, sotto traccia e di sicuro, con un conto corrente meno esplosivo. Onore a loro, che rendono il nostro sistema sanitario pubblico qualcosa di cui andare ancora fieri.

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All you need is love

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Inutile dirlo: quattro settimane sono volate. Sono riuscita a fare tutto quello che mi ero riproposta, tranne la visita al Cenacolo perché la lista d’attesa era fino a fine luglio, ma tutto il resto l’ho fatto, e l’ho fatto a modo mio, cioè con gioia.
Con i miei amici e le mie amiche ho trascorso le ore più belle, più intense, più vere, più vive, immersa nella totale semplicità del momento. Il contesto era quello che era, la periferia in decadenza di una Milano che, bellissima e beffarda, si sforza di stare al passo con l’Europa. Eppure nessun posto mi è mai stato vicino al cuore come la mia casa, le mie strade, i miei negozi, i miei bar. Quello che sento quando sono qui è l’affetto vero di chi mi conosce, di chi ha vissuto lo strappo della nostra scelta di andare via dall’Italia, di chi ha seguito con affetto l’entusiasmo iniziale, la solitudine che ne è seguita, i pentimenti, la tristezza e, oggi, la forza di andare avanti.

Ho capito che qualunque chiacchiera fatta qui in Italia, davanti a un cappuccino e a una brioche, ha una profondità che non ritroverò mai nelle conversazioni americane sui massimi sistemi. E non parlo, ovviamente, delle conversazioni con le persone vicine o con gli amici di sempre, parlo di quell’easy talking che è un po’ comune a tante società, compresa l’Italia, dove per riempire il silenzio ti metti a raccontare la qualunque. Ecco, anche quello che dovrebbe essere una conversazione di intrattenimento, qui in Italia diventa un viaggio dentro di sè, un’esplorazione nella psiche, un’analisi politica con dei risvolti personali. Qui la gente non ha paura di dirti che ha paura. Non ha paura di dirti chi vota. Non ha paura di mettere il suo cuore sul tavolo e fartelo vedere con tanto di schizzi e grumi di sangue.  E devo aggiungere che gli Italiani di oggi non hanno paura nemmeno di dirti che hanno perso la speranza. Che non vedono più un futuro per i loro figli. Che la classe politica che ci governa fa schifo perchè facciamo schifo tutti noi, quindi non c’è più niente, ma proprio niente, da fare.

Tutto questo, paragonato all’entusiasmo americano, alla gioia di vivere, alla bellezza di cui negli USA ci circondiamo per sentirci più vicini al dio Visa e alla divina Mastercard, mi porta a riflettere. Forse è vero che siamo un Paese finito. Forse è vero, come dice il mio amico Luca, che l’Italia potrà solo diventare il parco divertimenti dell’Europa e del mondo, in cui la nostra storia, le nostre tradizioni, i nostri monumenti, diventeranno quello che oggi sono le piramidi per l’Egitto e il Partenone per la Grecia: ricordi del passato, simboli di una grandezza e di una potenza di cui, però, non ci sono più tracce nel presente. E forse è vero anche che i nostri giovani italiani, i nostri studenti di oggi, sanno che l’unica strada possibile sarà, un giorno, lasciare le famiglie, fare la valigia e andare all’estero alla ricerca di paesi che investano sul futuro, anziché ucciderlo.

Ma lasciatemi dire che io, contro ogni pronostico, ancora scommetterei sul nostro Paese.
Ad esempio, in questi giorni ho visto la mia spiaggia preferita, a Numana, essere spazzata via dalla furia di un tornado e, dopo 9 ore, tornare perfetta, con le file di lettini e di ombrelloni in ordine e i granelli di ghiaia pettinati, grazie all’intervento di squadre di volontari, animati di amore per la loro città.
In questi giorni ho assaggiato i nostri cibi, ho visitato ristoranti e case in cui cucinare non è solo un’attività obbligata per non morire di fame, ma un rituale di accoglienza, un tributo alla nostra terra e ai suoi prodotti, un modo tutto italiano di prendersi cura di chi si ama.
In questi giorni ho visitato musei gremiti di persone. Le ho viste accalcarsi di fronte alle opere più famose, ma anche a quelle meno conosciute, con autentica emozione. Ho letto nei loro occhi l’orgoglio di chi sa di poter ammirare certe tele ogni volta che vuole, per ravvivare una giornata noiosa o un pomeriggio di pioggia. Ho letto tutta la bellezza della nostra tradizione, della nostra storia, del passaggio di geni che, in passato, hanno reso il nostro Paese il più illuminato al mondo.
In questi giorni mi sono seduta nella mia piazza Petazzi, davanti alla Chiesa, e ho visto le famiglie che scelgono di passare il pomeriggio dopo il lavoro con i loro bambini, mangiando un gelato, rincorrendoli mentre sfrecciano in monopattino, facendo due tiri a pallone. Ci ho visto tutta la bellezza della nostra famiglia italiana che, sì, forse ci fa crescere troppo mammoni e dipedenti, ma che è anche in grado di lanciarci nel mondo colmi di amore e di gratitudine.
In questi giorni ho parlato dell’Italia con chi, a differenza di me, ha scelto di continuare a viverci e a crescerci i propri figli. Li ho visti lottare contro quella tendenza italiana a lasciar andare, a voltarsi dall’altra parte, ad alzare le spalle. Li ho visti orgogliosi di tutto il buono che c’è e dolorosamente curvi su tutto il resto, spietati e critici su tutto quello che può e deve essere cambiato. Li ho visti pronti a combattere, a non mollare, armati del loro solo amore per il nostro Paese.
In questi giorni ho visto la mia città, Milano, farsi bella nel suo respiro europeo, senza perdere la sua autenticità e la sua storia. L’ho vista lasciare senza fiato i turisti, e dare respiro e ristoro ai milanesi. L’ho vista autorevole e moderna nelle sue piazze, e struggente e segreta nelle sue viuzze. Ho sentito la sua anima, il suo cuore, e l’ho sentito battere ancora forte.

Insomma, io lo so bene che l’Italia è malata. Non sono accecata dalla nostalgia per il mio paese. Lo vedo bene che il posto che ho scelto per il futuro di Leo è un posto pieno di opportunità, di lavoro, di benessere. Dico solo che, a volte, in mezzo a tutta questa corsa all’oro, tra una ricerca dello stipendio perfetto, dell’auto perfetta, della casa perfetta, della piscina perfetta, anche loro (gli americani) si sono persi qualcosa. Dico solo che a un registratore di cassa che fa ding preferisco un cuore che batte. Che sarà anche bello diventare i super capi di un team e lasciare tutti attoniti durante una presentazione, ma che in ogni caso preferisco far ridere intorno a un tavolo con una barzelletta o l’imitazione (perfetta) di Berlusconi.
Dico solo che al benessere e alla ricchezza preferisco l’amicizia e l’amore.
Del resto, lo dicevano anche i Beatles…all you need is love.

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Italian style

photo of assorted vegetables and fruits on rack

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Ormai manco da un po’ dall’Italia, quindi ho quella posizione privilegiata che mi consente di vedere meglio quelle manie, quei cliché, quegli stereotipi. Il mio termine di paragone sono gli italiani del nord, so bene che al sud la situazione è un po’ diversa. Ecco, quindi le principali differenze tra l’americano del sud e l’italiano (imbruttito) del nord.

Al volante

In un giorno ho sentito più maledizioni dai milanesi che dai mangiamorte di Voldemort. E’ stato un havada kedavra dietro l’altro. E avevano ragione loro. Perché io ormai guido alla texana, che non vuol dire col cappello, gli stivali e la pistola, bensì tranquilla, rilassata, senza fretta e, soprattutto, con immensa gentilezza verso il genere umano al volante. Quindi faccio passare tutti, non mi preoccupo di infilare la corsia più breve, non suono il clacson, ringrazio ogni volta che mi danno strada e quando vedo un pedone sul marciapiede mi fermo 5 metri prima delle strisce pedonali nel dubbio che voglia attraversare la strada. Questo perché mi emoziono a vedere i pedoni. Ad Austin non ce ne sono, in pratica.
Quando metto la freccia per cambiare corsia mi aspetto, come succede ad Austin, che il traffico si blocchi per farmi passare. Qui, invece, non succede. Le auto sfilano con arroganza, le persone al volante mi guardano con aria di sfida, come a dire “dove cazzo volevi andare tu? Adesso aspetti”, e io resto lì, incredula, con il tic tic della freccia, minuti e minuti, per poi partire a scatto, eludendo l’automobilista più distratto e mandando su di giri di il motore con un rumore che neanche l’Apollo 11.
Se non mi mandano a quel paese, mi guardano male, malissimo, con facce cattive e occhi brutti. Ieri una persona che conosco, nel superarmi, mi ha uccisa con lo sguardo, per poi riconoscermi e cambiare di botto espressione come se la possessione demoniaca che evidentemente scuoteva il suo corpo e il suo cervello si fosse improvvisamente dissolta.
Che stress guidare da queste parti…
Mi sento molto più al sicuro sulla mia MoPac, in mezzo a truck che potrebbero tranquillamente inglobarmi con tutta la macchina nella loro carrozzeria, che qui, con queste nano-macchine pilotate da isterici, vendicativi, cattivissimi milanesi imbruttiti.

La gentilezza

…questa sconosciuta. Io ormai sono abituata a grandi sorrisi e chiacchiere facili. Qui, invece, la gente corre e, udite udite, non ti guarda nemmeno in faccia. Io parlo con tutti, ormai. Ieri la donna delle pulizie del condominio stava pulendo le scale e io, passando, mi sono scusata per il fatto che stavo rovinando il suo lavoro con il mio passaggio. Lei mi ha guardato proprio con l’aria di chi pensa “ma questa è scema”, allora io, non paga, le ho fatto i complimenti per il profumo del detersivo che stava usando e, dato che il suo sguardo diventava ancora più fosco, le ho chiesto il nome del prodotto. ¨E’ un mix” mi ha detto, e secondo me aveva paura che fossi una squilibrata. Probabilmente nessuno se la fila di pezza, solitamente. Tutti camminano sul suo pavimento lucido abbozzando un saluto e spariscono dalla sua vista mentre lei gli crista dietro nella testa perché ora dovrà ripulire tutto dall’inizio…
Al di là di questo, in generale, la gente qui ti ignora. Non è che ti tratti male. Semplicemente è come se tu non esistessi.

L’eleganza

Dopo un anno e mezzo in ciabatte e mollettone in testa, qui mi sento davvero a disagio.  I milanesi sono eleganti sempre, anche quando esci con loro per un caffè. Una cosa bella degli USA è che a nessuno frega niente come ti vesti o come porti i capelli. Si interessano più a quello che hai da dire, a chi sei. Se questo, però, da una parte è bellissimo, dall’altra non ti spinge assolutamente a curare il tuo aspetto o vestirti in modo ricercato. Quindi io ad Austin vado in giro come se stessi uscendo da una lezione di yoga, o da una giornata in officina, o direttamente dal letto. Qui sto sforzandomi di vestirmi meglio, ma ho scoperto che ormai i milanesi hanno un altro passo, quindi il mio sarà un mese da sciattona, punto. Sto pensando di puntare sulla mia esoticità e indossare vestitini e stivali da cowboy. Almeno la gente penserebbe “eh, ci credo, ormai vive in Texas…”

Happy hour

Darsena. Ora dell’aperitivo. Una sola parola: figata.
Quanta bella gente, quanta vita, quanto colore! Milano è modaiola, sofisticata, brillante, e ieri mi sono persa tra graffiti, balconi in fiore, bicchieri di Spritz, risate, parlate diverse e perfino qualche volto famoso. Milano non è più la città del lavoro (anche perchè lavoro non ce n’è più per nessuno, neanche qui), è diventata la città dei giovani, del divertimento, dell’happy hour. Ed è veramente l’ora felice, questa. Con il sole un po’ più basso tutto diventa più romantico, si tinge di effetti speciali e la darsena regala alla città l’aspetto di una città nord-europea, solo con un clima più caldo. Tutti mi sembrano bellissimi e felici: un ragazzo tira fuori dal baule della sua Porsche dei sacchetti di Gucci, Zegna e Prada, un tavolo di amici se la ride, tra loro c’è un comico abbastanza famoso e la gente ogni tanto si ferma a fare un selfie o a dirgli “oh, ma sei tu?”, io chiacchiero con la mia amica Lu, che è bellissima, dentro e fuori, e perfettamente in linea con l’estetica della Milano più dolce.
Anche Austin è una città giovane e allegra. La movida è vivace, certo, ma la classe e lo stile lasciano proprio a desiderare. Se Milano ha eleganza da vendere, Austin ha salsicce e costine da vendere. Questione di gusti, per carità, ma il colpo d’occhio è impietoso: mentre ad Austin gli odori dei food truck riempiono l’aria e tutto sa di unto, di barbecue, di carne al sangue, a Milano gli stuzzichini dell’happy hour sembrano dei piccoli quadri, e quasi ti spiace toccare quelle olive, quel paté e quei formaggi tagliati con l’armonia della sezione aurea…

Il Made in Italy

La prima cosa che ho fatto, una volta toccato il suolo italico, è stato andare al mio Carrefour preferito, prendere il cestino e dirigermi al banco dei salumi: San Daniele, mortadella e salame, più tre michettone grandi così, a un prezzo che mi veniva voglia di dare la mancia al salumiere. Anche in Texas trovo queste cose, non è che ci manchi il salame, infatti. Ma costa come farsi un bracciale di zaffiri, al punto che, quando lo compro, me lo metterei al braccio prima di una serata elegante, se non fosse che ho fame. E che le serate eleganti sono introvabili, o se ci sono non vengo mai invitata.
Poi sono andata al mercato, e ho visto i pomodori, la frutta, le zucchine, tutto a un euro al chilo. Sono tornata a casa carica di colori e di profumi ed ero alleggerita di giusto un deca.
Ho mangiato cappuccio e brioche spendendo 2 euro e 20…ad Austin non spendo mai meno di 8 dollari più la mancia. E’ vero che mi danno un catino di cappuccino e una brioche che sembra la vela di una barca, però, dai…

La mancia

Lo sapete tutti, immagino, che negli USA la mancia è praticamente obbligatoria ed è circa il 20%. Non è che sia una regola, però mi è stato spiegato da americani veri che non darla è una grande scortesia, giustificata solo da un servizio pessimo. All’inizio questa cosa mi dava un fastidio pazzesco, anche perché su una cena da 100 dollari il conto ti sale a 120, mica poco. Ora invece mi piace dare la mancia ai camerieri, anche perché in pratica le mance sono il loro stipendio. Lascio quasi sempre il massimo possibile, come gesto di riconoscenza per la gentilezza e la cura che danno ai clienti.
Anche qui mi piace dare la mancia. E siccome qui non è così scontato che la si lasci, i camerieri sono ancora più riconoscenti e ti salutano con un bel sorriso. I miei amici qui in Italia non la lasciano mai, non sono abituati. Quando lo propongo mi guardano torvo e mi dicono “eeeeeehhhh?”. Ma a me pagare un fritto misto 15 euro mi commuove, non c’è niente da fare. Ad Austin con 15 dollari mi compro un burger con le patatine. Quindi la mancia la do. Sempre. Anche e soprattutto qui in Italia.

Dopo quasi due anni negli USA, quindi, scopro con piacere di essere ancora italiana, sì, ma di aver acquisito anche delle nuove abitudini e un nuovo stile di vita. Capisco anche di essere fortunata, perché vivere in un altro Paese ti dà nuovi occhi e una nuova lente d’ingrandimento sulle cose, punti di riferimento che non avresti immaginato e nuovi modi di metterti in discussione. Per me avere il cuore diviso tra due case è un po’ questo: prendere il buono da entrambe, essere ambasciatrice di due mondi, accostarmi con umiltà a pregi e difetti di queste due culture. Tirando una linea e cercando di stabilire quale sia la migliore, la risposta è solo una: di migliore c’è solo quello che siamo in grado di tirare fuori noi. Tutto il resto, sono solo luoghi comuni.

 

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See y’all

view of airliner wing above the clouds

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Tra poche ore partiamo per l’Italia. Ecco come voglio trascorrere le prossime 4 settimane:

– una gita a un mare, uno qualsiasi, purché non sia marrone come quello di Chorpus Christi
– una visita quotidiana al fornaio di via Don Minzoni a fare incetta di michette e sfilatini
– aperitivi con la Tadi, come se non ci fosse un domani
– cene con la Tadi, come se non ci fosse un domani
– serate a Netflix, divano e prosecco con la Tadi, come se non ci fosse un domani
– passeggiate in tutti i mercati cittadini
– giri in centro con il Luca, mangiando nelle migliori trattorie di Milano
– chilometri e chilometri con la Lu, parlando di noi donne, noi madri, noi guerriere, noi romantiche
– un giro, da sola, alla Pinacoteca di Brera, fermandomi almeno 15 minuti davanti al Cristo morto del Mantegna e al Bacio di Hayez
– 15 minuti, da sola, davanti al Cenacolo di Leonardo
– un giro in Duomo con la Stefi, la Ida e la Gabri (possibilmente evitando la Terrazza Aperol, che l’ultima volta ci ha grattato 20 euro per uno Spritz annacquato), ricordando com’era bello ieri, e come non è niente male nemmeno oggi
– tante passeggiate per le vie di Milano, a scoprire com’è cambiata e com’è bella con i suoi terrazzi, i suoi tram, la sua architettura, i suoi cortili
– tanti cappuccini con la Wilma, parlando dei nostri figli, che sono cresciuti insieme e che oggi, a volte, vorremmo spiaccicare al muro come ragnetti
– un giro (o due, o tre) in ufficio ad abbracciare tutti, dal primo all’undicesimo piano
– un pranzo con il mio sindaco preferito, ascoltare le sue incredibili storie, raccontargli le mie che forse, per la prima volta, saranno più incredibili delle sue
– una cena con le mie vicine, che mi mancano tanto e a cui manchiamo tanto
– una serata con l’Alberto, a cui basta uno sguardo per capire tutto e con uno sguardo ti dice tutto
– serate in tranquillità da sola, nella mia casa, sperando che abbia conservato il suo odore, l’odore di noi
– qualche serata con la Raffa e le sue figlie, perché sono un pezzo di famiglia acquisita, un regalo speciale del destino, la prova che mio fratello sta imparando a volersi bene sul serio
– un pomeriggio o due con la mia parrucchiera e amica Anto, che mette in ordine la mia testa in più di un modo
– qualche pizza & birra con la Cinzia e l’Ale, gli amici di sempre, il nostro passato, presente e futuro
– tante ore con i miei genitori, sapendo fin da ora che ci sarà da litigare alla morte, ma che alla fine sono i miei genitori, due persone imperfette tanto quanto me.

La cosa più bella di questo ritorno in Italia è che, per la prima volta, quest’anno ho avuto delle persone da salutare anche qui. Qualcuno a cui dire, ci vediamo tra un mese. Qualcuno che ci dicesse buon viaggio, fatevi sentire. Insomma, è stato un anno duro, che mi ha messo alla prova di continuo, ma è stato anche un anno che mi ha regalato delle persone incredibili, persone che mi mancheranno e che sarò contenta di rivedere al mio ritorno. Persone con cui organizzerò cene e uscite, a cui racconterò del mio mese in Italia, a cui porterò regali, pensieri, parole. Perché non c’è partenza più dolce di quella in cui puoi dire arrivederci.
See y’all my friends!

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Mother and Son. Expat.

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Da quando ci siamo trasferiti ci sono stati soprattutto casini, lacrime, fatiche, problemi.
Il nostro rapporto mamma-bambino è diventato madre-figlio, e io non ero assolutamente preparata a questo. Hai iniziato a mettermi in discussione, a criticare le mie scelte, ad accusarmi di avertele talvolta imposte.
Oggi rifiuti quei limiti che una volta sembravi quasi chiedere, discuti le mie scelte, metti in dubbio quello che ti dico. Rimpiango i giorni in cui ero la tua Wikipedia personale, la risposta a ogni tua domanda.
E’ normale, lo so, stai crescendo. E’ l’adolescenza, dicono.
In più, questo momento così infausto, in cui gli ormoni ti risuonano nel corpo e nella testa come milioni di campanelle stonate, ti è scoppiato tra le mani proprio durante questo grande salto nel buio che io e tuo papà abbiamo deciso di fare. Tutto ti rema contro, lo so.
Hai lasciato tante certezze, la tua cultura, la tua lingua, i tuoi amici, le tue vie, i tuoi punti di riferimento. Nel giro di 3 anni hai dovuto ricominciare due volte, in due scuole, sapendo che eri l’ultimo arrivato o, come dici tu, quello nuovo.
Non voglio più essere quello nuovo, mi hai detto un giorno.
E io ti capisco, perché so che il coraggio che hai avuto tu nel seguirci, io non l’avrei avuto alla tua età.
Quindi lo so che ti ho reso la vita più complicata.
Lo so che nei momenti in cui non capivi quello che ti veniva detto, o in cui non riuscivi a trovare la tua classe a scuola, o quando vedevi le foto su Instagram dei tuoi amici italiani alle feste tutti insieme, puoi aver pensato che la tua famiglia è un gran casino e che io e tuo papà siamo stati due bestie a toglierti il terreno da sotto i piedi nel momento in cui ne avevi più bisogno.

Ma se tu ti guardassi ogni tanto come ti vedo io, forse avresti più fiducia nel tuo futuro. Vedresti una persona, non più un bambino, che ogni giorno mi rende molto fiera. Vedresti la tua trasformazione in creatura pluridimensionale, perfettamente bilingue, più tollerante verso gli altri, più aperto alla diversità, più a fuoco nei suoi obiettivi.
Vedresti che la difficoltà ti ha reso umile, i successi ti hanno raddrizzato la schiena, le cadute ti hanno reso più umano e più attento a raccogliere gli altri, quando cadono.
Vedresti che tutti questi accenti diversi, questi colori diversi, tutte queste storie dietro alle persone che stai conoscendo ti stanno insegnando che ogni vita ha tante direzioni, tanti possibili finali, e tu hai la penna in mano per scriverli.
Vedresti che le paure che affronti ogni giorno ti stanno facendo diventare forte, e che sbagliare non è più un problema, non ti spaventa più, non ti fa più sentire un perdente.

E’ guardando te che capisco che la scelta di partire è stata giusta e che, comunque vada qui, abbiamo fatto bene a provarci. Tu sei il mio più grande successo. Lo so, il successo è tutto tuo e solo tuo, ma una parte grande di me ancora vede il mondo con i tuoi occhi, gioisce con le tue risate, piange dei tuoi dolori. Una parte di me, quando ti sbircio in mezzo alla gente e vedo che conversi con naturalezza, già come un adulto, si sente quasi come se fossi io a farlo. E scusami, ma mi riempie di orgoglio.
Quando ricevi dei premi, quando entri nel campo da football, quando ti vedo fuori con gli amici, penso a quanto stai sfruttando bene l’opportunità che ti abbiamo dato e a come ne stai facendo buon uso, forse molto più di noi.

Capisco che  farti lasciare la tua comfort zone italiana per un contesto nuovo e sconosciuto è stato il più grande dono che potessimo farti. E non pensare che non mi sia pesato. Ho pianto lasciandoti a scuola la prima volta, guardando i tuoi occhi smarriti. Non ho dormito le notti in cui mi hai confessato che ti mancavano i tuoi nonni, i tuoi amici, il tuo oratorio. Ho trascorso giornate fissando il muro aspettando il momento di venirti a prendere a scuola, in attesa di carpire nelle tue parole e nel tuo sguardo un segnale di serenità, di accettazione. Ho sofferto con te, ho sofferto di riflesso a te, quindi consentimi oggi di essere felice e orgogliosa per quello che sei riuscito a costruire, da solo. E se è vero, come dice Gibran, che noi genitori siamo solo l’arco e voi figli siete le frecce, io spero di averti lanciato tanto lontano e tanto veloce. Pazienza se andrai oltre l’orizzonte.

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Ready? Go!

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Alla fine ho voluto provare anche io la pasta che cuoce nel microonde in 60 secondi. La prendi, la apri, la infili, accendi, spegni, mangi. Il tutto per un dollaro e sessantotto. Chissà cosa ne pensa Pietro Barilla, da lassù…
Ma andiamo per ordine.
Entro da H-E-B, vado nel reparto pasta con il preciso intento di tradire tutta la tradizione culinaria italiana (ma tanto, se l’ha fatto la Barilla, chi sono io per oppormi?), trovo la confezione e la metto nel carrello. Una signora accanto a me mi guarda, sgrana gli occhi felice e, con espressione pre-orgasmica mi dice “oh, delicious…”. Da queste parti, infatti, la spesa la si fa tutti insieme, ci si commenta i prodotti a vicenda, e siccome qui la vita è in rosa, è sempre tutto delizioso, buonissimo, gustoso, eccellente.
Anche in Italia, nel Carrefour sotto casa, mi capitava di commentare qualche prodotto con la ragazza che stava alla cassa. Più che altro erano consigli, ricette, a quanto far andare il forno, che spezie aggiungere. Qui sarebbe impossibile scambiarsi questo tipo di consigli: i forni delle case non vengono mai aperti, e credo che la ricetta più diffusa sia “metti nel microonde, ready, go!¨.

Riflettendoci su, credo proprio che a salvare gli americani dalla loro anoressia ai fornelli siano stati le mogli e i mariti stranieri: messicani, sudamericani, italiani, francesi e spagnoli che un bel giorno hanno deciso di infilarsi il grembiule e hanno insegnato a questi ingurgitatori casuali la bellezza di gustare qualcosa di buono, ricercato, fatto con cura. Per alternare il take away e il microonde con qualcosa che si faccia raccontare e ricordare. Poi il palato è il palato, e basta entrare in un ristorante italiano da queste parti per rendersene conto. I piatti sono buoni, per carità. Ma c’è sempre qualcosa dentro che non c’entra, che un po’ ti incasina il piatto, che in quel momento in cui lo assaggi pensi “io non ce l’avrei messo”. Invece, quella dissonanza lì che senti, è messa proprio apposta per gli americani e per il loro palato abituato al caos, per le loro papille gustative anestetizzate.

Ma torniamo alle nostre penne istantanee.
Le porto a casa e le maneggio come se nella busta ci fosse uranio impoverito. Scopro dalle istruzioni che si tratta di penne, punto e basta, senza condimento, senza sugo o formaggio. Semplicissime penne che, invece di essere buttate nell’acqua bollente e poi scolate, vengono messe nel microonde e sono pronte in un minuto. Dissento con la testa, manco fossi Bruno Barbieri, le apro e le metto al blocco di partenza. Durante i sessanta secondi di cottura, mi viene in mente che tutto questo viene fatto per evitare di prendere una pentola, far bollire l’acqua, buttare la pasta, attendere 9 minuti, scolare. Che per un’italiana vera, come me, non sono minuti persi, ma evidentemente per un americano sì, se si prende la briga di inventarsi il modo di tagliare questi 9 minuti di cottura in acqua bollente. Del resto, chi ha l’economia più forte, noi o loro? Chi ha il tasso di disoccupazione più basso, noi o loro? Quindi taccio e attendo il DING.

Quando tiro fuori dal microonde la busta e rovescio il contenuto in un piatto non posso fare a meno di osservare che si tratta del più perfetto piatto di pasta scotta che possa essere scolato da una pentola di acqua bollente dopo che si è superato il limite di cottura di qualche minuto. Con la particolarità che alcuni bocconi risultano sorprendentemente al dente, per non dire crudi. Nonostante l’aggiunta di un filio di olio extravergine il risultato è drammaticamente lo stesso.
Per fortuna ho un figliolo che, al rientro dai suoi allenamenti di football, non distinguerebbe un pezzo di pane da un cartone del latte, quindi so già chi si potrà gustare il mio esperimento senza fare una piega.

Superando il cliché che gli americani non capiscono la cucina e noi italiani invece sì, devo dire che parlando con molta gente proprio qui del Texas, è emerso che i nostri piatti sono davvero molto amati, soprattutto quando vengono gustati nella nostra terra, con le nostre materie prime, nelle nostre fantastiche location. Tutti i texani che conosco sono stati in Toscana, alle Cinque Terre, in Sicilia, in Sardegna, e tutti hanno amato i nostri vini, i nostri sughi, le nostre carni, i nostri dolci, ma soprattutto hanno amato il calore che la cucina italiana sa dare, anche al di fuori dei nostri piatti.
Quindi, anche se mangiano pasta che riesce ad essere scotta e cruda nello stesso piatto, il senso del buono ce l’hanno eccome, e la nostra cucina li fa impazzire.
Per par condicio devo ammettere che a me fa impazzire il loro brisket (punta di petto di manzo) affumicato, la loro carne al barbecue, i loro burger alti tre dita. E non c’è niente che mi metta più di buon umore di una serata tex-mex, dove carne, verdure, formaggi, salse infuocate e birre gelate possono aggiustare qualunque giornata andata storta.

Quindi, per continuare l’educazione alimentare di questo grande popolo, scriverò alla Barilla affinché ritiri dal mercato la pasta Ready – fully cooked. Non se la meritano, gli americani. Proprio no.

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